Storia

1. Un calabrese

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Questa voce fa parte 1 di 3 nella serie Storia di un partigiano calabrese

Nella seconda metà dell’agosto del 1943 gli angloamericani erano ancora in Sicilia. Da circa un mese gli alleati erano sbarcati nell’Isola e il 25 luglio gli stessi fascisti avevano fatto cadere il Regime. Il Re aveva nominato Badoglio Presidente del Consiglio e ancora non si capiva bene con chi stava l’Italia. Per la verità le cose non si sarebbero chiarite nemmeno dopo il proclama dell’8 settembre che, anzi, aveva tremendamente complicato le cose. Ma nell’agosto del 1943 nell’aria c’era una profonda inquietudine mista a un senso di imminente libertà. Era il clima ideale per farsi prendere da infantili entusiami oppure, d’altro canto, da incontrollate paure.

I tedeschi, nervosi, lo erano, e già da qualche settimana si stavano affannando a traghettare i propri mezzi verso il Continente. Il 12 agosto, a Delianuova, avevano importunato una ragazza che dal Calvario stava tornando a Scido sparandole contro alcuni colpi di moschetto ma senza colpirla. Un sergente con un nome che suonava come “Stak” un pomeriggio era uscito fuori dall’accampamento e aveva sparato all’impazzata uccidendo cinque maiali, sbraitando in tedesco contro i paesani che rifiutavano di consegnare cibo e bestie. Un altro contadino era stato picchiato, ferito con un colpo di moschetto a una gamba e portato prigioniero nell’accampamento per una notte, forse per fargli passare la voglia di rifiutarsi di condividere anche lui del cibo. Era il nervosismo di chi cominciava a sentirsi tradito. Un nervosismo pericoloso che a Rizziconi, alcune settimane dopo, provocherà 17 morti, fatti oggetto di un martellante tiro a bersaglio da parte dei cannoni della Panzergrenadier, e a Taurianova provocherà la morte per fucilazione di un uomo, reo di aver tentato di sabotare le linee telefoniche tedesche. Un nervosismo che poteva assumere forme grottesche, isteriche. Oppure addirittura trasformarsi in senso di colpa e quindi addirittura in pietà. Oppure diventare feroce e inumano. Un nervosismo imprevedibile, magmatico, inavvicinabile, e che di giorno in giorno cresceva.

A Delianuova i tedeschi erano temuti ma non osteggiati. Il buon senso consigliava di accondiscendere alle loro richieste, e di non fare come il veterinario che, per la requisizione di un po’ di patate, aveva addirittura sporto denuncia ai carabinieri, con la conseguenza di trovarsi davanti casa alcuni reparti motorizzati che a quel punto oltre alle patate si sono presi pure l’auto. Senza contare che in questo modo aveva messo i carabinieri in mezzo, facendo aumentare anche il livore di questi ultimi.

In quei giorni insomma in paese si respirava una pigra aria di inconsapevolezza e inquieta incertezza che spingeva molti paesani a sfollarsi nei rifugi di campagna dove potevano curare da vicino gli orti, ora che cominciavano a maturare i fichi e ci si poteva fare ancora qualche mangiata di fagioli, patate e pane di grano. Cibo ce ne era, e c’era anche acqua in abbondanza. Bisognava stare attenti alle luci e al coprifuoco, evitare di assembrarsi o girare nei piani aperti perché la morte poteva venire anche dal cielo: uno di un paese vicino era stato falciato a mitragliate da un aereo a bassa quota perché i manici del carro alzati verso il cielo erano stati scambiati per i fucili della contraerea. Pregare, quello era importante, perché con l’aiuto della Madonna si sarebbe superato tutto. Per il resto, l’Aspromonte era una montagna generosa ma nel contempo rude. Teneva pertanto lontana la morte con le sue gole inaccessibili, i suoi boschi fitti e quei dirupi traditori che davano sulle fiumare, tutte vie impossibili da varcare con i mezzi pesanti o da individuare dal cielo.

Fu dunque in quei giorni che ad Antonino D’Agostino arrivò la chiamata per partire in guerra. Era nato nel 1924 e aveva da poco compiuto 19 anni. Già nell’ottobre precedente era stato considerato abile ma messo subito ìn congedo illimitato. L’inverno precedente, e durante i primi mesi dell’anno, con i bombardamenti alleati che diventavano sempre più frequenti, aveva cominciato a pensare che forse gli sarebbe toccato partire. Ma giunta l’estate e con gli americani già in Sicilia aveva cominciato a mettersi l’animo in pace, complice anche l’arrivo di quella calda estate. E invece, la chiamata arrivò, e per giunta era una chiamata che lo avrebbe portato molto lontano, fino a Torino, al 92º Fanteria.

Torino.

Non aveva la minima idea nemmeno di dove fosse esattamente localizzata quella città. Torino era il nord, né più e né meno. E per andare a nord bisognava andare a Gioia, fare la tirrenica fino a Napoli, poi Roma e poi da lì iniziava piano piano il Nord. Lui era proprio dentro il cuore del nord, quasi in Francia, e in fondo non gli interessava. Aveva 19 anni, un torace largo e la sua bassa statura era compensata da un fisico muscoloso. E in più cominciava a essere grande per abitare in quella casa, con alcuni dei 6 fratelli e sorelle e con i genitori Angelo e Giannina. No, non era cosa. Adesso invece era ora di partire, in guerra o per vento e per mare, al nord o altrove, non importava. Adesso era il suo momento. E poi chissà quanti altri amici avrebbe trovato lungo la strada. Certo, si andava in guerra, mica in gita. Ma si era tutti ragazzi sulla stessa barca, poi magari li avrebbero messi nei reparti di riserva e nel frattempo la guerra sarebbe finita. In più, questo gli avrebbe permesso di risultare a tutti gli effetti un combattente. No, non era la paura della guerra che spaventava, abituato com’era a macellare buoi, capre, maiali, tutto. Non gli faceva paura il corpo, non provava ribrezzo a infilzare lame nella carne. Si sentiva capace di generare violenza, nel caso, come un buon soldato e un buon macellaio devono saper fare. Però un sentimento strano c’era, che in qualche modo gli impediva di sentirsi completamente a posto con la coscienza. Non era una forma di paura, quanto un sentire di essere nel posto sbagliato. Un magmatico nervosismo per quella divisa che avrebbe indossato. Al pari dei tedeschi, si sentiva pure lui in qualche modo tradito. Era cresciuto in un piccolo paese sotto il Fascismo, non conosceva nulla di diverso, nulla di alternativo. Eppure spesso si trovava a ragionare tra sé e sé sul fatto che qualcosa di diverso doveva pur esserci. Gli americani, al di là dello Stretto, lo dimostravano. E forse anche quel nervosismo dei tedeschi cominciava a essere una spia di un mondo che stava avanzando, era lì a pochi chilometri e non aveva più senso respingerlo. Era forse anche una spia di un qualche torto che Mussolini aveva fatto loro, a dispetto di tutte quelle chiacchiere e di tutti quei proclami. Insomma, che cos’era il Fascismo, e che cosa avevano combinato i fascisti fino al punto da rendere tutto così assurdo, con i nostri alleati tedeschi che ora trattano gli italiani quasi da nemici e gli americani a nemmeno 200 chilometri da casa sua? E questi carabineri così nervosi? Questi soldati italiani che ci sono e non ci sono, tesi, tesissimi anche loro? Da dove viene questo crollo? Che nome ha?

Fu con queste domande inespresse e taciute, chiuse da qualche parte nel suo torace largo e forte, che Nino partì, con una immagine della Madonna della Montagna in tasca, silenziosamente festeggiata in quei giorni, lasciando trafitto un cuore di Madre nel periodo più lieto e gentile che l’anno poteva riservare alla sua terra.

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2 Comments

  1. Je suis la nièce de Antonino D’Agostino, ma mère était la sœur aînée, j’habite en France, à Antibes

    1. Buon pomeriggio Antoinette 🙂

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