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1. Un caso editoriale

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Questa voce fa parte 1 di 3 nella serie L'epopea laica dei fratelli Cervi

Il 28 dicembre del 1943 i sette fratelli Cervi vengono fucilati presso il poligono di tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri, un disertore dell’esercito repubblichino che era tra i rifugiati nella loro proprietà. Erano stati arrestati dai fascisti il 25 novembre dello stesso anno insieme al padre Alcide dopo un conflitto a fuoco. I loro nomi erano, in ordine anagrafico, Gelindo (1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921). Prima di arrestarli, i fascisti incendiano l’abitazione dove i Cervi risiedevano.

L’arresto della famiglia Cervi era dovuto all’attività che da diverso tempo veniva da loro svolta: oltre a impegnarsi direttamente nella lotta partigiana infatti, avevano trasformato la loro abitazione in un centro di riunione e di organizzazione di attività antifasciste.

La fucilazione invece è stata un atto di rappresaglia ad opera delle milizie fasciste repubblicane per vendicare la morte di un segretario della Casa del fascio del comune di Bagnolo in Piano, avvenuta il 27 dicembre a opera di un gappista.

Il 7 gennaio 1944 Alcide Cervi, approfittando di un bombardamento angloamericano, riesce a evadere e a tornare a casa, dove lo attendono la moglie Genoeffa, le nuore e i nipoti.

Il 10 ottobre del 1944 i fascisti tornano nella proprietà dei Cervi e incendiano nuovamente l’abitazione della famiglia: Genoeffa si spegne per il dolore circa un mese dopo quest’ultimo avvenimento.

I corpi dei fratelli Cervi e di Camurri verranno alla luce a causa di un altro bombardamento angloamericano. In precedenza infatti erano stati nascosti dai fascisti, che avevano intuito l’effetto boomerang di quella fucilazione. Il 28 ottobre 1945 la traslazione delle loro salme dalla fossa comune e anonima di Villa Ospizio al cimitero di Campegine attira spontaneamente folle di persone.

Nel 1955 Alcide dà alle stampe il libro “I miei sette figli”. Lo scrive insieme a Renato Nicolai e il libro diventa un caso editoriale di grandissima rilevanza. Il testo diventa una delle bibbie della propaganda antifascista e viene venduto in milioni di copie in tutto il mondo. Il P’artito comunista non si fa sfuggire l’importanza di quella storia a tal punto che, in seguito, verranno realizzate delle censure politiche su alcuni passi del libro in modo da allinearlo alle strategie politiche via via seguite dal PCI.

A questo punto, la storia dei Cervi diventa una vera e propria narrazione agiografica che ha nel loro martirio e nell’ideale della resistenza il loro concreto sacrificio, e nel libro di Alcide il proprio testo sacro.

Nel 2014 Adelmo Cervi – figlio di Aldo, che era il principale animatore dell’attività antifascista della famiglia, e di Verina – pubblica per Piemme (quindi per Mondadori) insieme a Giovanni Zucca il libro “Io che conosco il tuo cuore”, in cui, rispetto al testo del nonno Alcide, viene data una narrazione meno mitizzata della propria famiglia. Tale restituzione non è però meno vera e meno toccante, anzi: a dispetto del titolo, che potrebbe pericolosamente avvicinarlo a un romanzo da mainstream editoriale per un pubblico distratto e dalle poche pretese, riesce invece a restituire una maggiore autenticità esistenziale a questi uomini consentendo al lettore di meglio misurarsi con la potenza del loro slancio ideale.

La narrazione di Adelmo diventa quindi una testimonianza, una memoria di un figlio che non ha mai potuto conoscere il padre, un racconto familiare e un’epica tutta umana e culturale, spogliata finalmente dagli eccessi propagandistici che in precedenza avevano disegnato i sette fratelli come dei martiri coraggiosi e scanzonati impavidamente votati all’ideale, sulla scorta delle narrazioni sugli eroi postrisorgimentali nate a ridosso dell’Unità d’Italia. Recentemente Adelmo ha rimesso mano al testo del 2015 e ne è nato un nuovo libro dall’emblematico e finalmente felice titolo “I miei sette padri”.

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