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1. Un regalo

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Questa voce fa parte 4 di 4 nella serie Storia di un quadro

A casa mia c’è un quadro anomalo che da bambino attirava la mia attenzione perché non era dipinto ma era intagliato. Cioè le figure che emergevano erano di un legno di varietà distinte: ogni varietà rappresentava un uomo o una donna diversi. Tutti quanti venivano verso di me, mi venivano incontro.

Inoltre, il formato del quadro era orizzontale e per guardarlo dovevo girare la testa da un estremo all’altro, come se leggessi una grande pagina appesa al muro. Mi è stato spiegato sin da piccolo che quel quadro era stato fatto da un falegname di Delianuova che era molto bravo e quasi geniale in certe sue creazioni. Questo falegname si chiamava Corrado Caminiti e su molti temi politici la pensava come mio padre. Mi fu anche spiegato che il quadro che Corrado aveva intagliato era una riproduzione di un dipinto famoso che si chiamava il Quarto Stato e il cui autore era Pellizza da Volpedo. Mi ricordo che mi colpì sentire questo nome così inconsueto perché all’inizio pensai che fosse questo il suo primo nome, e non Giuseppe come scoprì dopo. Pensai dunque, per una banale assonanza, che fosse spagnolo, cosa che, per l’età che avevo, non aggiungeva né toglieva niente al senso che piano piano stavo edificando su quel quadro.

Mio padre ci teneva moltissimo a quel quadro di legno sia per il suo valore simbolico, sia perché era fatto da una persona che lui stimava molto e sia perché era un regalo che gli fece mia madre. Quest’ultima mi ha raccontato che Corrado non voleva separarsene ma che lo fece solo perché sapeva che entrava in casa di un socialista. In seguito mi fu spiegato perché si chiamava Quarto Stato e verso dove stavano andando quelle persone. Adesso mi trovo, in età adulta e con una consapevolezza diversa, sempre davanti a quel quadro a raccontare fatti che riguardano la storia del mio paese, che è Delianuova, come proiezione di fatti accaduti in tutte le realtà simili, in una forma di emersione e di condivisione dei fatti storici che, auspicabilmente, serve a dare coscienza storica a questa collettività, a ripopolare questo immaginario che tutti ostinatamente continuano a volerlo disadorno ma che disadorno non lo è affatto. Pertanto, dedico questo racconto a questo quadro di legno e alla storia delle persone che lo hanno fatto. Ci sono infatti episodi storici che non entrano nelle narrazioni orali né in quelle popolari perché in qualche modo non corrispondono al modello che una società e il suo inconscio collettivo vogliono dare di se stessi.

Nel caso preso in esame non si tratta di storie necessariamente violente oppure immorali, perché non è questo il parametro che ne decide l’ingresso in questa narrazione locale, collettiva e popolare, intrisa com’è della violenza criminale della ‘ndrangheta o della cultura patriarcale antifemminista. Sono piuttosto emergenze di una storia alternativa a quella normalizzante, narcotizzante, quieta, che vuole i borghi e i paesi di questa area preaspromontana (e il modello culturale di “paese” in generale, al di là degli steccati nord/sud) come sostanzialmente privi di una dialettica politica interna che sia decisiva per la vita del luogo in cui si esercita. E così si perpetua lo stereotipo della terra destoricizzata, gattopardiana, periferica rispetto ai grandi flussi storici oppure a essi fortemente subalterni.

Poco importa delle imprese di Giandomenico Romeo (che non era deliese, ma fu ucciso da deliesi) e degli echi che se ne ebbero durante le Cinque giornate a Milano; poco importa dei dubbi dei garibaldini se incendiare o no tutto il Paese per vendicare la morte dello stesso Romeo; poco importa della battaglia di Garibaldi in Aspromonte; poco importa dei soldati deliesi che partirono con la Grande Armée di Napoleone seguendolo fino in Russia; poco importa dei legami dei deliesi con la massoneria carbonara; poco importa dei legami altrettanto solidi che molti nobili del Paese intrattennero con le classi dirigenti governative postunitarie, da Crispi in avanti; poco importa della restituzione in termini di contatti e rapporti personali che gli emigrati hanno stabilito con i potenti di tutto il mondo, fino a diventare loro stessi, in molti campi, potenti.

Tutti episodi che restituirebbero l’immagine di un’area perfettamente integrata con la contemporaneità e tutt’altro che destoricizzata. Questo non cancellerebbe la problematicità politica e sociale di questa area ma le restituirebbe una consapevolezza e una coscienza di sé che sarebbe utile ai fini di una instoricizzazione (se così si può definire, giocando col dizionario) della propria mentalità e della propria condotta, cioè di una immersione civile nel flusso della macrostoria, che non è altro da noi ma il contrario: è ciò che noi siamo. Questo porterebbe senza dubbio a una maggiore fiducia e prontezza nel considerarsi parte di un mondo e di un’attualità in cui il proprio ruolo è attivo e la propria posizione sarebbe conseguentemente più propositiva.

In questo resoconto per esempio vorrei evidenziare due elementi a sostegno di questa tesi: il primo è tutto storico, ed è una testimonianza di come la lotta politica in queste aree è stata presente, consapevole e organizzata già in tempi non sospetti. In particolare, in relazione all’avvento del fascismo e allo sviluppo di forze antifasciste, proporzionalmente alla dimensione del Paese. Il secondo è la testimonianza di figure che tale consapevolezza storica la vivevano in maniera completamente attiva e, per così dire, in uno stato di veglia, in antagonismo con coloro che, dall’altra parte della barricata, erano comunque altrettanto attivi e protagonisti.

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