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2. In te, anima mia, misuro il tempo

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Questa voce fa parte 2 di 4 nella serie Sull'Attesa

La riflessione filosofica sul tempo, nella storiografia filosofica occidentale, la si fa partire tradizionalmente da S. Agostino e dalle sue “Confessioni”. Il punto rivoluzionario che riguarda la riflessione di Agostino sul tempo è legato al fatto che, per via spirituale e nell’ottica di un percorso di ricerca di Dio, il vescovo di Ippona ha introdotto nella storia della filosofia occidentale contenuti che prima di allora erano stati grossomodo trascurati: il dialogo con Dio, tipico dei filosofi e dei pensatori cristiani che precedettero la Scolastica, convoca concetti come tempo, volontà, amore, sofferenza, penitenza, arbitrio, estasi, volontà. E convoca anche il concetto di attesa, e non potrebbe essere altrimenti, per colui che anèla a Dio.

Per esempio, se prima il tempo era analizzato in relazione al movimento, cosa che Agostino stesso prova a fare nel libro XI ma senza sentirsene appagato, adesso diventa un’altra questione, legata alla percezione che il singolo soggetto ha del tempo. E questo influisce anche sul discorso che stiamo facendo: torniamo a pensare all’uomo del paleolitico che osservava le transizioni lunari: quell’uomo, dopo S. Agostino, non sarebbe più pago di avere riconfermato il suo appuntamento con la luna. Adesso egli chiederebbe udienza a Colui che è responsabile del moto lunare, e si interrogherebbe su quale sia la giustizia che governa quel movimento. Da questa forma di attesa, che ovviamente preesiste alla riflessione di Agostino ma che lui tra i primi codifica, nascono cosmogonie. Leggiamo cosa ci dice il vescovo di Ippona:

36. (…) Supponiamo che uno voglia emettere un suono appena un po’ più lungo e abbia mentalmente prestabilito quanto dovrà esser lungo: costui avrà certamente percorso in silenzio e affidato alla memoria quel determinato lasso di tempo, e quindi avrà preso a emettere la voce, che risuona finché sia giunto il termine stabilito. Anzi, che è risuonata e risuonerà: perché quella che è già passata è senza dubbio risuonata, e quanto ne resta risuonerà. Ed è così che passa, mentre l’intenzione presente traduce il futuro in passato, e il passato cresce via via che decresce il futuro, finché consumato il futuro tutto sarà passato.

38. Mi dispongo a cantare una canzone che conosco: prima di cominciare la mia aspettativa è protesa alla composizione nel suo insieme; ma basta che cominci ed ecco, via via che faccio crescere il passato a spese dell’aspettativa, il mio ricordo si estende in proporzione: e il mio vivere in questa azione è un protrarsi nella memoria di ciò che ho già detto e nell’aspettativa di ciò che sto per dire. Ma l’attenzione è presente, ed è la sua presenza a far sì che ciò che era futuro si traduca in passato. Via via che questa azione si compie, l’aspettativa si accorcia e il ricordo si allunga, finché l’aspettativa è tutta consumata, quando l’azione è compiuta e passata tutta nella memoria. E ciò che avviene dell’intera canzone avviene anche di ciascuna sua minima parte fino alle singole sillabe, e di un’azione più lunga di cui quella canzone può far parte, e dell’intera vita di un uomo, che è costituita da tutte le sue azioni, e dell’intera storia dei figli degli uomini, che è costituita da tutte le vite umane. 1

Attenzione, memoria, attesa. Queste tre disposizioni d’animo, tipiche rispettivamente del presente, del passato e del futuro, da questo momento in poi avranno piena cittadinanza nel discorso filosofico e letterario. Certo, tra le tre, l’attesa è lo stato d’animo che più di tutte ha risentito di una lunga letteratura di critica negativa, spesso assunta come una posa puramente estetica. Certe forme di esistenzialismo deteriore per esempio risuonano ancora come forme perverse dell’attesa. Vero è però che l’attesa è compagna dell’angoscia, e questo gemellaggio la allontana dal concetto di speranza, che invece è una forma di attesa innocente. In Agostino tuttavia l’attesa non è ancora angoscia ma inquietudine. È con gli scrittori e filosofi romantici (ma secondo alcuni già Pascal, nel ‘600, aveva codificato alcune “posture” dell’attesa) che nasce una codificazione dell’attesa come tempo completamente divorato dall’inquietudine o dalla malinconia, e credo sia in questo caso doveroso, seppur abusato, citare l’attesa del “Sabato del villaggio” di Leopardi, senza addentrarci in ulteriori, noiosi percorsi. Perché angoscia e attesa siano ben amalgamate, occorre che intervenga un ulteriore stato d’animo, che è la noia (Quando, alle dieci e mezzo, guardai l’orologio, erano solo le nove e mezzo, scrive Alfred Polgar). L’aggancio della noia in uno stato di attesa è spesso prodromico all’angoscia, è un po’ come il maggiordomo che introduce il padrone di casa all’ospite, o l’ospite al padrone di casa. La noia fa su e giù tra angoscia e attesa, indaffaratissima nella sua immobile pigrizia. Questo ci porta a indagare alcune figure simboliche tipiche dell’attesa.

1 Confessioni, libro XI, paragrafi. 36 e 38. Edizione Garzanti, 1989.

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