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28 maggio 1807: la battaglia di Milèto

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Il maggio del 1807 è stato uno dei mesi più importanti per la storia della Calabria. Gli eventi accaduti in quel mese infatti hanno avuto delle ricadute significative sui decenni a venire e hanno costituito un modello di comportamento nella dialettica locale tra il Potere di volta in volta al Governo nelle epoche successive e le forze che lo hanno contrastato e che lo contrastano.

Scendiamo nei dettagli:

A fine maggio, il 28 per la precisione, dalle parti di Milèto (costa tirrenica della provincia di Reggio, al confine con la provincia di Vibo, n.d.r.), i francesi si scontrano con le truppe anglo-napoletane per la conquista del Regno di Napoli. La battaglia si inserisce nel contesto della conquista della leadership europea da parte della Francia, che con Napoleone aveva oramai militarizzato e perimetrato il grande bagaglio filosofico e culturale dell’Illuminismo, esportandolo in punta di baionetta nel resto d’Europa.

Servendosi di un presunto voltafaccia borbonico, Napoleone presumeva di portare anche dalle nostre parti un vento nuovo, di civiltà, esattamente come se oggi qualche folle dicesse che vorrebbe andare in Iraq per portare la democrazia.

Poco interessava che, già nel 1754, nasceva a Napoli la prima cattedra al mondo di economia, tenuta da uno dei più importanti illuministi italiani, cioè Antonio Genovesi, e la stessa Napoli per tutto il Settecento è stata, insieme a Milano, uno dei più importanti centri illuministi europei (la corrispondenza tra Gaetano Filangieri e Benjamin Franklin è uno dei documenti più importanti per capire in che modo la Costituzione americana fu concretamente influenzata dagli ideali illuministi del Regno borbonico, e avvenne anni prima della Rivoluzione francese).

Ma tornando a Napoleone: di quale voltafaccia stiamo parlando? Il presunto tradimento borbonico riguardava il fatto che i francesi avevano delle truppe stanziate in Puglia e negli Abruzzi già dai tempi della fallita Rivoluzione del ’99. Ferdinando si accordò con Napoleone affinché evacuasse la zona, cosa che quest’ultimo fece. In cambio, Ferdinando avrebbe dovuto rinunciare alla presenza del Regno nella Terza coalizione, cosa che però quest’ultimo non fece, attirandosi le ire del corso.

Nel contempo, i borbonici avevano già il dente avvelenato da quando i francesi avevano ghigliottinato Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, moglie di Ferdinando. Quest’ultima ebbe senz’altro un ruolo nel rintuzzare il marito contro il corso bastardo, come definiva Napoleone (mentre quest’ultimo la definiva l’unico uomo del Regno di Napoli).

La situazione precipitò sempre di più, finché a dicembre del 1805 le truppe francesi non sbarcarono a Napoli. Il Re scappò in Sicilia, protetto dagli inglesi, e il Regno di divise in due. I francesi da Napoli si diressero verso sud e, almeno fino al luglio del 1806, con la battaglia di Maida, in cui i francesi furono sconfitti dagli anglo-napoletani, avanzarono più o meno tranquillamente (però, già ad agosto a Lauria il generale francese Massena aveva illuministicamente massacrato civili come mosche).

Dalla battaglia di Maida in poi successe qualcosa di inaspettato. Entrò in gioco infatti il popolo, e per tre anni la Calabria fu teatro di una vera e propria guerriglia antifrancese. A riprova del fatto che non si trattava di combattenti improvvisati, va detto che diverse centinaia di insorti calabresi continuarono poi la loro militanza anche dopo la fine dell’insurrezione, militando nei Calabrian Free Corps, un corpo militare britannico attivo in tutto il Mediterraneo fino al 1814.

La situazione intanto ebbe un’evoluzione molto importante dal punto di vista militare. Il cerchio si chiude, e torniamo dunque al 28 maggio del 1807, data in cui, a Milèto, i francesi si scontrano e sconfiggono le truppe anglo-napoletane.

La guerriglia antifrancese proseguì fino al 1809, ma i francesi intesero sopprimerla con gli stessi metodi che useranno i Savoia dopo l’unità d’Italia. Il macellaio di turno stavolta fu Antonio Manhès che, al pari di Enrico Cialdini dopo l’Unità d’Italia, usò metodi che di illuministico non avevano nemmeno una lontana parvenza, visto che ricorse a tutti quei mezzi che gli illuministi stessi avversavano.

Però ricordiamoci che questa è una storia di pregiudizi.

Per cui iniziamo a dare i nomi che il pregiudizio ha imposto, perché in questo caso abbiamo tutti i crismi della demonizzazione: gli insorti furono nominati briganti, e non popolavano le montagne, ma le infestavano. Banditi, gente di malaffare, spiantati, criminali. Esattamente come avvenne coi Savoia. I generali mandati a reprimere la rivolta furono nominati eroi, insigniti di medaglie e onorificenze, Esattamente come avvenne con Cialdini. Quelli che oggi verrebbero definiti “crimini di guerra” furono derubricati come atti necessari, inevitabili, anzi: era giusto farli perché era l’unica ragione che quegli animali riuscivano a capire.

La logica patriarcale delle cinghiate, in sostanza. La stessa logica dei cannoni di Bava Beccaris in funzione antisocialista e, in seguito, anticomunista.

Ora, dov’è che trova posto l’Illuminismo in un contesto così pieno di violenza e di sangue?

Chi è che ha legittimato questi macellai ad avere nomi di vie, piazze, sepolture solenni, strade intitolate alla loro memoria?

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