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3. Quale testimonio oculare di quanto segue affermo

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Questa voce fa parte [part not set] di 3 nella serie Antonio Ceravolo

Mi concedo adesso una riflessione di carattere metaletterario, un tentativo di battere una pista utile a delineare l’affilatissima linea di confine che separa la narrazione letteraria dalla testimonianza storica: le due narrazioni non possono che convergere e divergere, alimentando tra di loro un profondo intreccio. Questo testimonia quanto sia limitato il perimetro di entrambi i mondi quando non li si voglia ibridizzare, spesso per motivi che sono di natura diversa da quella strettamente umanistica. Vero è che in tal caso queste forzature, queste prigioni nelle quali si rinchiude una narrazione, creano degli atti di ribellione di insolita, sconcertante bellezza. Affinché il lettore possa accompagnarmi e riflettere su questa linea di confine, ecco dunque di seguito la trascrizione originale e firmata di Renato Mariani, fiorentino, sfollato a Sansepolcro. Non manca qualche inesattezza, legata al riferimento al comune di Sestino che, stando alle mie ricerche, non perimetrava il territorio dove avvenne l’accaduto. Ma tutto questo poco importa a livello sostanziale:

Quale testimonio oculare di quanto segue affermo:

La mattina del 17 agosto 1944 a Montefortino, frazione Sestino (Arezzo) presso le case dei coloni Ferri-Marini e Amantini dove erano alloggiati i vari lavoratori italiani concentrati per ragioni di lavoro stradale dai rastrellamenti provinciali di Perugia, Arezzo e Pesaro fui avvisato che durante la notte, approfittando della nebbia e della confusione provocata dall’arrivo notturno di un nuovo gruppo di lavoratori, 6 lavoratori del gruppo San Giustino – Sansepolcro, erano scappati. Per la terza volta si verificava la fuga di elementi rastrellati. Con i 6 quella mattina si raggiungeva il numerto di 17. I tedeschi avevano avvisato fin dal nostro arrivo presso il loro comando che per ogni italiano che fosse fuggito ne sarebbero stati uccisi con sorteggio 3 dei rimanenti. Erano le 5 e mezzo della mattina. Alle 6, come al solito, vi era l’adunata generale per la quotidiana partenza per il lavoro. Non c’era che [da] avvisare il sergente dell’accaduto perché egli ne fosse al corrente prima dell’appello quasi giornaliero. Lo avvisai che 6 uomini erano mancanti. Contrariamente alle due precedenti volte, nelle quali, alla notizia della fuga dei lavoratori, il sergente si era adirato con urla e con minacce, egli mantenne la calma e mi disse che alle 6 tutti [i] presenti come al solito si adunassero per la partenza. Comparve a quell’ora con tutti i soldati armati. Mi fece fare l’appello generale. I 6 erano effettivamente fuggiti. Fece in tedesco nel silenzio generale e terrorizzante, un breve discorso ai suoi soldati dicendo che avrebbero dovuto sparare su chi lui avesse scelto. Uno dei soldati voleva indurlo ad un atto di clemenza. Da qui la scena si è svolta fulminea. Rimproverò con poche parole il soldato che aveva parlato, passò con lo sguardo tutti i presenti e indicò con la voce e col dito “Du, du” l’amico nostro Antonio Ceravolo. Il poveretto venne fuori dal gruppo di qualche passo. I più credettero che sarebbe stato solamente picchiato; egli gridò “Renato, Renato, no, no, digli…”. Ma il sergente con il calcio del moschetto lo spinse verso il muro e immediatamente gli sparò un primo colpo che buttò il Ceravolo a terra bocconi. Un secondo colpo sparato sull’addome portò il morente disteso sul fianco sinistro con le ginocchia un po’ piegate. Qui egli pronunciò l’ultima sua parola. A me parve di udire “pazzo”. Altri più vicino di me al morente afferma di aver udito “basta”. Un terzo colpo colpì il Ceravolo sotto il collo. Tra il suo grido “Renato, Renato” e il primo colpo sparato passò appena il tempo che io con pochi passi raggiungessi il sergente per un atto di pietà che il mio getto esprimeva incapace com’ero di parlare. Dopo l’uccisione ordinò che tutti andassero al lavoro. Il cadavere fu lasciato dov’era tra il poco sangue uscito dalle ferite. Dopo circa mezz’ora fu coperto con una coperta militare. Dopo circa due ore fui chiamato dal sergente per constatare l’avvenuta morte, quale rappresentante dei lavoratori italiani. Nel frattempo la salma era stata posta in una madia più corta dell’altezza del defunto e che costringeva il cadavere a restare con le ginocchia un po’ piegate. Inutilmente dissi al sergente che era necessario che più ore passassero prima di curare la sepoltura. Mi fece osservare la profondità delle ferite. Inutilmente lo pregai di poter prendere dalla salma due anelli e il portafoglio. Fece inchiodare sopra la madia una specie di porta che lasciava una non piccola fessura attraverso la quale era possibile vedere il cadavere disteso. Mi fu fatto firmare l’atto di morte che portava oltre la mia firma (con la qualifica di lavoratore italiano, interprete, laureato) quella del sergente e di altri soldati tedeschi. Tale dichiarazione con la carta di identità del Ceravolo precedentemente ritirata, come a noi tutti, dal sergente, fu inviata al comando del battaglione dal quale noi lavoratori dipendevamo con una lettera del sergente in cui si diceva “la notte sul 17 1944 sono fuggiti sei lavoratori italiani del gruppo da me comandato. Il fatto si verifica per la terza volta ed il numero del lavoratori fuggiti raggiunge con questi li numero di 17. Secondo gli ordini ricevuti ho ucciso con tre scariche di moschetto il lavoratore italiano Antonio Ceravolo di cui all’acclusa carta di identità.”

A neppure cento metri (se il mio occhio può essere in materia efficace) dalla casa del colono Ferri-Marini alcuni lavoratori (come di consueto io, l’aiuto di cucina e altri tre o quattro lavoratori [che] eravamo restati all’alloggiamento insieme ai 35 arrivati quella notte) avevano preparato la fossa che giudico profonda di neppure un metro. Il sergente ordinò a tutti i lavoratori restati nell’alloggiamento di presenziare la sepoltura. Prima che la bara fosse calata disse in tedesco poche parole dicendomi che se volevo le traducessi ai presenti. A lui ciò non importava. Col berretto in testa disse all’incirca che secondo gli ordini ricevuti di cui più volte ci era stato dato ammonimento egli avrebbe dovuto uccidere ben 51 lavoratori italiani. Dopo queste parole se ne andò senza assistere alla sepoltura che fu materialmente curata da alcuni lavoratori tra il pianto, lo smarrimento, il terrore dei presenti. Sopra la fossa non fu posta né croce, né nome, né fiore. Qualcuno iniziò balbettando un “requiem” che non fu portato a fine data la disperazione generale. A 3 km circa dalla casa ove alloggiavamo vi era un piccolo cimitero dove sarebbe stato possibile seppellire il defunto.

Tutti credevamo che dopo tale tragedia per il buon andamento della convivenza dei lavoratori italiani il sergente sarebbe stato allontanato e sostituito ma così non fu. Il suo nome è Heinz Held. Hitleriano fanatico ebbe a mostrarmi fotografie ove figurava in divisa delle S.S. durante adunate delle medesime. Ha 34 anni. Abita a Francoforte sul Meno dove nella vita civile è letturista di contatori ed esattore per la società del gas, elettricità, acqua. Il suo indirizzo in Italia quando era presso di noi era F.P. Nr 43851A. Dall’uccisione del Ceravolo ebbi ad avere in seguito solo due accenni. Una volta un soldato mi chiamò perché gli dicessi il nome del defunto. Egli lo scrisse poi in una lettera destinata al comando del battaglione di cui non riuscii a leggerne il contenuto. Un’altra volta lo stesso sergente elencando con me, per ragioni di ufficio, i nomi dei vari lavoratori al suo comando, al nome del Ceravolo per cui io dissi “gestorben” (deceduto) disse che lo stesso Ceravolo aveva fatto una “Heldentod” (morte degli eroi) perché era stato sacrificato per la vita dei suoi connazionali. Queste parole furono pronunziate con la massima serietà. Infine nel pomeriggio del 27 agosto 1944 la combinazione volle che in uno smistamento di lavoratori effettuato presso il nostro gruppo fosse incluso uno dei lavoratori italiani scappati nella prima fuga verificatasi presso di noi. Il sergente lo riconobbe. Lo trasse accompagnato da me, presso la sepoltura del Ceravolo e gli dette alcune bastonate sulle natiche dinanzi alla tomba. Indi lo fece inginocchiare intimandogli di pregare alcuni minuti per il defunto. Lo obbligò dopo a riferire a tutti i suoi compagni venuti in giornata con lui quanto era accaduto e la tragedia che, per colpa della fuga di alcuni lavoratori italiani era accaduta a Montefortino 10 giorni prima.

F/to Renato Mariani

Via Leonardo da Vinci 9

Firenze

 

Fonti

  • AA. VV. La guerra di liberazione in provincia di Arezzo – 1943/1944 – immagini e documenti. Ed. Amministrazione provinciale di Arezzo. II ed. 1988 (da questo libro sono tratte le foto dei racconti 1 e 2).
  • Archivio di Stato di Cosenza
  • AUSSME – Fondo N 1/11, b. 2133, fasc. 16
  • Comune di Badia Tedalda
  • Comune di Rossano (ora Corigliano-Rossano)
  • Comune di Sestino
  • Documenti del Parco storico della Linea Gotica di Badia Tedalda
  • Testimonianze orali

Ringrazio Giancarlo Renzi per le preziose informazioni, la pazienza, la competenza e la signorilità con cui ha risposto alle mie domande, reperendo le testimonianze orali sull’accaduto. Il medesimo ringraziamento lo rivolgo a Doriano Pela del Parco Storico della Linea Gotica di Badia Tedalda per i meticolosi, fondamentali chiarimenti sui movimenti delle truppe nel teatro di guerra oggetto di questo racconto.

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