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La rimozione del collettivo

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Quindi in definitiva è un problema di consumi e di alienazione individuale, mossa davvero geniale da parte di Disney, che così solleva il Capitale dalla responsabilità di avere creato lui il mostro disoccupato e, soprattutto, grazie all’assenza di scene collettive, si rende il disagio nei confronti di un problema sociale un disagio totalmente sulle spalle dell’individuo. Nella narrazione Disney infatti la collettività è assente: si tratta di una narrazione fortemente individualista e proiettata su una dimensione solitaria ed emergenziale (in altre parole: c’è un determinato personaggio che, di volta in volta, ha un problema economico dovuto al fatto che i soldi non bastano o che l’accumulo di denaro non è sufficiente, oppure c’è il rischio che questi soldi siano rubati dai ladri o da altri soggetti – i Bassotti sono metafora irriverente dei funzionari del fisco). Eppure Paperino è un potenziale profilo di elettore novecentesco del PCI. Ma egli si tiene lontano dal rivendicare. Gli sceneggiatori Disney si tengono alla larga dal fare in modo che lui rivendichi qualcosa.

Al contrario, il risparmio ossessivo e l’accumulo di capitale hanno arricchito Paperone, secondo la narrazione disneyana. Si tratta quindi di una dialettica ossessiva tra colui che sa risparmiare (e sa accumulare) e colui che spreca il denaro, in un quadro di esilità delle risorse. Da questa dialettica le storture del capitalismo risultano residuali, accidentali, accettabili e quindi digeribili.

Tornando alla storia, Zi’ Paperone va in via Posidonia (a Reggio esiste via Possidonea, in centro) e bussa alla porta dei Turano. Gli risponde il fratello di Peppe, Salvatore, che gli conferma che sì, la terra sa in effetti di petrolio. Paperone compra subito la casa e lo fa per mille dollari, altra narcotizzazione di una stortura: la rapina e l’arroganza nel pagare e nell’ottenere una cosa molto meno del suo valore vista come gesto di imposizione di un potere simbolico sottostante (“Io sono il possesso”). Compra la casa con tutto il giardino, fino a che non si accorge che in effetti in fondo alla terra non c’è nessun giacimento; un vicino di casa di Turano infatti rivela a Paperone che in giardino era caduto un contenitore con del petrolio, e questo aveva creato l’illusione che lì ci fosse un giacimento.

Alla fine a uscire da questa storia con le ossa rotte è Paperone, quindi l’intento edificante è raggiunto – ma sempre lasciando sullo sfondo il vero mostro, che è lo sfruttamento arrogante e animale delle risorse, che nella figura di Zì Paperone assume talvolta forme quasi da crimine organizzato.

Poi c’è l’altro convitato di pietra in questa storia, che è la terra. Questa storia ci racconta che gli autoctoni non sanno renderla produttiva, considerandone solo il valore affettivo e privati come sono della capacità di fiutare, letteralmente, l’affare. Sfaccendati, oppure dediti a umili mestieri. Deve essere la stupefacente e proverbiale inventiva americana (o settentrionale) a portare la luce del Capitale e del benessere in un luogo altrimenti destoricizzato. Strano che Paperino non ci abbia fatto un pensierino a fermarsi a vivere a Reggio, visto che il suo carattere poteva essere compatibile con la descrizione che emerge, sottilmente, dalla città. La terra valorizzata dalla propria appartenenza, la terra sacralizzata, è vista da Zi’ Paperone come qualcosa di negativo. Bello è, invece, tutto ciò che è capitalisticamente produttivo. Non semi per coltivare, ma petrolio, per trarne benzina per il motore industriale.

Tralascio i particolari riguardanti la casa di Turano: il piatto di pasta, abbondante, appoggiato su un mobile con un fiasco di vino accanto (l’uomo senza famiglia, lo sbandato. Un alter ego di Paperino in chiave italica). Il modellino di una esile giacca appiccicato allo specchio. Tralascio un malizioso inestetismo ortografico consistente nel chiamare “Beppe” il signor Turano, che è malizioso perché è in bocca a Paperone, e richiama quello stile tutto lumbard di storpiare certi nomi – al sud si usa Peppe, e non Beppe. Ma d’altronde, se Paperone fosse italiano non potrebbe essere che lombardo, se dovessimo camminare a dorso di stereotipi (e forse i tre pronipoti lo apostroferebbero con un bella zio). Tralascio i particolari della casa reggina di Salvatore Turano, dalle mura sporche, malandata, di una povertà postindustriale di chi non ha saputo cogliere le opportunità del sogno capitalistico: non una casa di sfruttati, ma di incapaci: è l’ennesima stortura con cui il Capitale prende le distanze da chi è rimasto tagliato fuori (per volontà politica, e non per incapacità) dall’eden economico del secondo Novecento.

In ogni caso, sono tutti segnali disseminati nella storia e indici di una dialettica che ancora, all’epoca della pubblicazione e della ripubblicazione di questo episodio, era evidentemente viva e perfettamente funzionale, fino a raggiungere gli spettatori più inconsapevoli e apparentemente così lontani dalla dinamica soggiacente. Ma in realtà è una lontananza apparente.

Un Effetto-Morgana, per restare dentro il perimetro locale.

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