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4. Viva chi regna

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Questa voce fa parte 4 di 4 nella serie Storia di un quadro

La cosa curiosa è che il 3 febbraio del 1944 è lo stesso Caminiti a scrivere una lettera al Prefetto di Reggio. Si tratta di un documento che fornisce una fotografia molto importante della realtà di quei tempi e che è scritta con grande minuzia ed eleganza, oltre al fatto che è firmata, con tanto di ricciolo nelle iniziali. Caminiti, che nel frattempo diviene segretario delle Camera del Lavoro di Delianuova, fa notare alcuni particolari sfuggiti agli Alleati. Leggiamo per esempio alcuni stralci, in particolare quello in cui Francesco afferma di avere ricevuto l’indicazione da parte del Maresciallo della sezione di Palmi di fare opera di persuasione, tra la popolazione di questo centro di disfarsi con qualunque mezzo di tutti i profittatori abbarbicati agli Uffici comunali. Il Maresciallo, maggiore “Congi”, sembra in realtà essere lo stesso Congia, se non fosse per un errore di ortografia, forse. Quindi in realtà questo significa che il Maresciallo, nella lettera precedente, aveva in qualche modo strumentalizzato, denigrandola, la figura di Caminiti e degli antifascisti locali.

Tornando a Caminiti, egli auspica l’allontanamento dal Comune e la severa punizione di tutti quegli elementi che mediante gli intrighi e la protezione ex fascista angariarono tennero e tengono in servile schiavitù questa fin troppo paziente popolazione – siano essi ex fascisti o non, funzionari, esercenti e simili (da notare che questo passaggio è scritto in stampatello maiuscolo). Poi segue un cenno autobiografico: le subite e continuate persecuzioni ci spingono a essere i primi nell’opera di demolizione dell’edificio costruito dal cessato fascismo in sostegno del loro turpe sfruttamento della classe lavoratrice e bisognosa, e tanto per l’assoluta nostra convinzione che i pavidi di oggi, dopo il crollo di una prima pietra, si faranno avanti con interminabili elenchi delle malefatte compiute da costoro ai danni dei singoli e del Comune. A questo punto Caminiti auspica la formazione di una Commissione che indaghi sulla gestione delle politiche annonarie a partire dal 1941. Caminiti inoltre solleva delle obiezioni molto precise. La prima è che risultano elargite 5952 tessere annonarie per una popolazione che al 31 dicembre del 1943 era di 5640 abitanti. Chiede un resoconto con i nominativi dei deliesi e le razioni da loro richieste all’Ufficio alimentazione di Reggio Calabria; chiede che fine hanno fatto i generi alimentari prenotati e consegnati ma mai distribuiti, quindi i generi alimentari in eccesso, che non risultano restituiti. Infine, getta luce su una truffa, evidentemente avvenuta a Delianuova nel gennaio 1944, in cui furono prenotati dagli esercenti generi alimentari per 170 individui in più rispetto alla quota fissata, truffa che fu scoperta l’11 gennaio stesso dai Carabinieri. In coda alla lettera, Caminiti fa notare che dei 5640 residenti a Delianuova, circa 500 erano alle armi: stando ai 428 libretti consegnati alle famiglie dei militari bisognosi ed emessi dal dicembre n.s. a oggi; circa 200 erano i deliesi che vivevano fuori Paese, che fra i residenti c’erano decine di produttori di grano e che i non deliesi che vivevano in Paese erano poche decine, insinuando così che l’entità della truffa fu molto, molto più ampia.

Tra l’altro, questo è un documento molto prezioso almeno per due ragioni: la prima è che fornisce un fotografia, certo sfocata, precaria ma importante, sui numeri dei soldati deliesi impiegati in guerra e sulla conformazione demografica del Paese nel 1944. La seconda è il rifiuto di fornire una rappresentazione retorica della guerra, basata sulle cioccolate e sigarette americane, sulla cattiveria tedesca e sull’assoluzione degli italiani dalle loro responsabilità. Da questa lettera emerge invece una realtà molto attiva nelle attività illegali di accaparramento del cibo ai fini di rivendita nel mercato nero, lontana da certi idealismi politici fascistoidi o pseudoresistenziali e concentrata invece sul piccolo, ordinario commercio. Caminiti nel contempo sembra volere arrivare a una resa dei conti, e probabilmente aveva le sue ragioni, visto il cenno che fa, elegante ma preciso, alla sua esperienza di perseguitato politico.

In un documento successivo, probabilmente datato 1944, viene ancora citato il Caminiti poiché grazie a una sua denuncia furono sequestrati 113 kg di olio “scaldato”. Furono denunciate due donne e anche l’ammassatore poiché evidentemente non potevano vendere quel genere di olio e quelle quantità (evidentemente veniva usato per “tagliarlo”e rivenderlo). Qui viene fornita un’altra informazione interessante, che è la seguente:

Le Autorità alleate, il 23 settembre 1943, per opera assistenziale, assegnarono al Comune lire 25.000. Di tale somma, lire 14.457 sono state già erogate a famiglie bisognose o per cure medico-ospedaliere di malati indigenti, mentre la rimanente somma, di lire 10.457, si trova ancora a disposizione del Comune per opere assistenziali. Tutte le erogazioni sono state fatte con mandati di pagamento intestati ai percepienti che risultano essere veramente bisognosi.

Nel frattempo, a Caminiti viene data la possibilità di far parte della Commissione per gli accertamenti anagrafici dei lavoratori, insieme a un’altra persona di nome Giuseppe Vitalone.

La storia infine ha un epilogo in un ulteriore documento, datato 11 giugno 1945, in cui il nuovo Commissario prefettizio, l’avvocato Angelo Lombardo, comunica al Prefetto la propria rosa di nomi per la nuova Giunta comunale. Sono nomi che rappresentano ciascuno una quota di partito e ci sono due indipendenti. Per il Partito comunista, che a Delianuova si era costituto il 1° maggio del 1944, ecco tornare Francesco Caminiti. Era un giunta comunale formata da tutte le espressioni sociali del Paese: commercianti, agricoltori, operai, artigiani, avvocati, medici e due laureati, uno in filosofia e storia e l’altro in scienze politiche. Purtroppo però il progetto non decollò e alle successive elezioni del 17 marzo del 1946 vennero presentate due liste: la Lista Stella, che raccoglieva i residui del passato regime, e la Lista Bandiera, democratica e guidata sempre da Lombardo. Vinse la Lista Bandiera, ci fu una sfilata nel Paese e i “viva chi regna!” di ventiquattro anni prima furono sostituiti dai “viva la Repubblica!”.

L’ascia di guerra veniva seppellita. L’Italia doveva ripartire, nel bene e nel male.

Francesco però non fece in tempo a raccogliere a pieno i frutti della ricostruzione perché morì nel novembre del 1947, a poco più di sessant’anni. Lasciò la moglie, Cristina Zampogna, e sette figli: Fortunata, Eleonora e il suo fratello gemello Corrado (l’autore del quadro), Francesco, Biagio, Giosuè e Aurelio.

Gli anni successivi furono, per alcuni componenti della famiglia, di militanza, anche molto dura, in anni in cui l’eversione di estrema destra era presente anche tra le nostre strade. Ma l’artigiano ha la pazienza per riuscire a piegare anche il legno più duro.

Io mi ricordo la figura di Corrado, anche se ero un bambino. Aveva un camice grigio, i capelli arruffati bianchi, un volto lungo ma non magro e l’espressone burbera e ideologica. Era un’espressione novecentesca, dico adesso, col senno di poi. Eppure questi echi tornano tutt’ora, per esempio in un vecchia scomunica che negli anni a seguire colpì almeno uno dei figli, Biagio, e che fu tolta, in occasione della sua dipartita, dal monsignor don Bruno Cocolo, nel primo decennio del XXI° secolo. Oppure in una targa oramai consunta che ogni giorno vedo da un balcone di fronte a casa mia, con scritto “Società operaia del Mutuo Soccorso”. Oppure in un quadro di legno intagliato, ancora appeso nella stessa identica posizione di circa 45 anni fa.

 

Fonti

  • Archivio di Stato di Reggio, Prefettura, Gabinetto e Affari speciali dei comuni, 1922 – 1965.
  • Sull’episodio del “viva chi regna” e le elezioni del 17 marzo 1946: Francesco Paolino Giovinazzo “Delianuova”, Ed. Marafioti, Polistena, 1999.
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