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A shady background

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Questa voce fa parte 2 di 2 nella serie Viola Gregg Liuzzo: storia di un pregiudizio globalizzato

Viola Gregg era una donna bianca di 39 anni di Detroit, madre di cinque figli avuti da due matrimoni, che a un certo punto decise di rispondere agli appelli che il Movimento indirizzò a chiunque volesse sostenerlo durante quelle turbolente settimane. Risposero circa 25000 cittadini, di ogni provenienza e confessione. Viola per circa cinque giorni si offrì di fare la spola tra Montgomery e Selma per riaccompagnare le persone alle loro destinazioni. Il giorno dopo la fine della marcia però, la donna fu uccisa mentre stava percorrendo un tratto di strada tra le due città. Insieme a lei c’era un giovane attivista di colore, il diciannovenne Leroy Moton che uscì illeso dall’attentato fingendosi morto. Il 9 aprile furono arrestati i colpevoli, anche loro appartenenti al Ku Klux Klan: Collie Le Roy Wilkins di 21 anni; William Orville Eaton di 41 anni; Eugene Thomas di 42; Gary Thomas Rowe di 42. Tuttavia le cose iniziarono a prendere una piega molto pericolosa ai danni della famiglia di Viola alcuni giorni dopo l’arresto, quando improvvisamente tutte le accuse a carico di Rowe caddero. Per quale motivo?

Gary Thomas Rowe era un informatore dell’FBI che il giorno stesso dell’omicidio ricevette l’ok da un suo contatto dell’FBI a Selma affinché operasse azioni di disturbo nei confronti dei manifestanti. Rowe prese alla lettera tale indicazione e non se lo fece ripetere due volte, e considerando il fatto che si trattava di un profilo di pericoloso criminale a causa dei suoi precedenti, la figura che fece l’FBI davanti all’opinione pubblica fu molto imbarazzante. Pertanto quel fenomeno di Hoover fu convocato da Johnson a rispondere dell’accaduto e iniziò a dire che le due vittime si erano appartate per stare in intimità dato che avevano un relazione – come se questo giustificasse un omicidio. Questo ulteriore elemento la dice lunga sul ritratto di Hoover come grande Mente organizzatrice dell’FBI, quando in realtà era una persona con evidenti limiti intellettuali che consolidò il suo potere basandolo semplicemente sulla paura.

Johnson però non abboccò e decise di fare approfondire la questione. Tuttavia Hoover continuò a seminare maldicenze sulla giovane donna, in una allucinante alleanza con il Ku Klux Klan che non si risparmiò nemmeno oscene manifestazioni sin sotto la casa della famiglia di Viola. Per la cronaca, dei quattro autori dell’omicidio, l’agente infiltrato dell’FBI ottenne l’immunità, uno morì d’infarto a ridosso della sentenza, un altro si fece sei anni di galera e un altro finì anche lui in un programma di protezione testimoni, come Rowe. Gli strascichi giudiziari durarono anni e solo da qualche decennio a questa parte Viola Greeg ha ottenuto la giustizia che meritava. Non è stata una giustizia ottenuta nelle aule di tribunale quanto nell’immaginario collettivo.

Quello che però qui interessa non è solo la vicenda giudiziaria in sé; interessa invece un aspetto che conferma ancora una volta come la macchina della maldicenza ha lavorato su stereotipi già allora globalizzati e consolidati che hanno colpito e colpiscono ancora oggi indiscriminatamente qualunque minoranza subalterna. Durante i colloqui tra Hoover e Johnson fu adombrata infatti l’ipotesi che il marito di Viola svolgesse attività torbide. Il marito della donna era un sindacalista che lavorava nel settore dei trasporti (soprattutto con i camionisti). Quindi, per Hoover e per la categoria di cittadini americani che egli incarnava, il sindacalista era in odore di comunismo. C’era poi un altro fattore che spinse molti elementi del Ku Klux Klan a scrivere osceni cartelli offensivi nei confronti della famiglia di Viola: il sindacalista comunista era italoamericano. Si chiamava Anthony James Liuzzo ed era figlio di Gaetano Liuzzo e di Santa Mauro. I genitori arrivarono in Italia intorno al 1909. Gaetano veniva da Bagaladi mentre Santa veniva da Gallico. I due si stabilirono a Carbondale, in Pennsylvania, dove il 5 ottobre del 1913 nacque Anthony. Quest’ultimo sposò Viola nel 1950 e i due ebbero tre figli che si aggiunsero ai due precedenti che la donna ebbe da un precedente matrimonio. Apparvero pertanto numerosi articoli in cui l’origine calabrese di Anthony era sufficiente per additarlo come un mafioso, gettando quindi discredito sulla moglie.

La famiglia Liuzzo non fu risparmiata in nessun modo dalle offese e dalle maldicenze perché la figura di Viola era un pericoloso elemento di inconsapevole attrazione dei più radicati pregiudizi da parte di alcuni segmenti dell’opinione pubblica bianca americana: per Hoover, Viola era l’America bianca che flirtava con i neri e solleticava pertanto l’incubo della promiscuità sessuale (eppure era un dato conclamato che la maggior parte delle relazioni miste erano tra uomini bianchi e donne nere, e molte di queste erano definibili come relazioni di potere, per usare un eufemismo); c’era il pregiudizio antitaliano e quindi antimeridionale secondo cui un italiano doveva per forza essere mafioso. C’era il pregiudizio anticomunista. C’era l’accondiscendente giustificazione legata al fatto che Viola se l’era cercata ed era stata avvertita, che rappresenta il canale di scolo dei detriti della coscienza individuale e collettiva. Tutta questa macchina del fango fu messa in atto per giustificare una pesante responsabilità indiretta dell’FBI nell’omicidio di Viola.

Questi sono pregiudizi che cambiano lingua ma nella loro essenza rimangono immutabili. Funzionano, e riescono a essere validi nei più disparati contesti culturali surfando tra culture con una fluidità impressionante. Spesso accade che quando un Potere costituito vuole annientare un avversario, inizia la battaglia con un martellante fuoco di fila di pregiudizi. L’attivarsi di questi ultimi in un contesto pubblico è spesso spia di una guerra imminente.

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