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Alla scoperta di Villa Pirrotta – parte 1

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Da una passeggiata di Giuseppe Finocchio e Daniela Vinci si visita Villa Pirrotta, che si trova adagiata su una verdeggiante collina a fianco del torrente del villaggio di Santa Margherita, a circa 16 km dal centro urbano, ed a cui si accede da una piccola strada tortuosa al lato di un ponte. Il primo impianto della villa dovrebbe ascriversi al XVII secolo ma ciò che resta testimonia la temperie architettonica culturale che investì Messina soprattutto tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Siamo in contrada Ortera, toponimo di sapore classico, che con molta probabilità indica e riecheggia appunto la presenza di fertili e soleggiati Horti. Prime notizie riguardo all’area territoriale, sulla quale insiste la villa, ci parlano di insediamenti nella valle di S. Stefano Briga legati all’importante presenza del monastero, di cultura basiliana, di Santa Maria e San Costantino edificato in età normanna in contrada Bruca; a partire dall’età aragonese s’impianta nell’area un potere baronale ascrivibile prima ai Saccano poi ai Marullo, ai Cirino ed infine ai De Spucches. Villa Pirrotta, la cui superficie complessiva supera i 2000 m², è una delle tante testimonianze architettoniche presenti in questa zona che attestano la storicizzazione di complessi che si caratterizzano per la commistione dei caratteri abitativo, ludico e produttivo. E’ costituita, da vari corpi di fabbrica: la residenza principale, alcurne dependances, gli alloggi dei coloni, gli ambienti di servizio, due cappelle, una padronale e l’altra pubblica. La villa, che nelle accentuazioni, delle altezze e nel disegno delle parti,  soprattutto nel corpo di fabbrica adibito ad abitazione, mostra un certo gusto per il Gothic Revival, si “segnala” per un interessante apparato decorativo, con una bizzarra mescolanza tra imitazione di stili del passato e utilizzo di elementi di spolia, con motivi utilizzati fitomorfi che si accartocciano in volute di pura geometria estetica, e festoni di frutta rispondenti ad un certo gusto decorativo tipico del linguaggio liberty più in generale eclettico. L’eclettismo è una nota comune alla “piena” ricostruzione della città di Messina in seguito al rovinoso sisma de 1908; il Chillemi ha voluto in travedere nella facies costruttiva di questa villa l’influenza di Gino Coppedè che, giunto a Messina nel 1913, con il suo richiamo al medioevo misto ad aspetti della cultura gotica e manierista aveva fatto scuola. Soprattutto nel giardino la presenza di erme femminili ma anche di leoni, di sfingi e di vasi istoriati con temi cristiani (elementi che ritroviamo anche nella villa Mancini in contrada Roccamadore) arricchiscono la decora zione “architettonica” insieme a “Dame” reggi-lampada molto simili, nell’idea, a quelle monumentali di Villa De Pasquale a Contesse. L’ingresso alla proprietà è costituito da un arco a tutto sesto sovrastato da un timpano triangolare che immette tramite una piccola scalinata in un primo cortiletto. A fianco dell’arco vi è un alto colombaio che ricorda nella forma un campanile a “matita”.

 

 

 

immagini dal web

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