Narrativa

La Calabria è un calzino spaiato: proposte per una narrativa diversamente calabra 1/2

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Il discorso che oggi parecchi scrittori e mass media fanno sulla Calabria – dilatabile anche ad altre realtà del Mezzogiorno – risente di un malmostoso e pigro ripetersi di stilemi e mitemi più che mai triti e narrativamente improduttivi, ma senz’altro molto redditizi dal punto di vista economico. Questa riflessione, nella sua natura “emersiva” e “labile”, vuole delineare, circoscrivere e analizzare tale tendenza. Lo scopo è quello di immaginare delle vie di fuga e delle proiezioni in avanti per un futuro narrativo più stimolante e ricco. Non si tratta di lana caprina: lo scrittore dovrebbe rimuovere le incrostazioni che una narrazione tossica crea nella mente dei lettori. Tale compito rende socialmente utile il lavoro dello scrittore e non si ferma al semplice e onanistico appagarsi della lettura di una “bella storia”. Le “belle storie” sono materia da intrattenitori. Gli scrittori dovrebbero avere un compito più complesso: innescare meccanismi discorsivi che aprano nuovi campi di conoscenza culturale, linguistica, politica. Le “belle storie” le lasciamo ad altri e, se ci va proprio male, a Muccino.

Siamo tutti d’accordo che la logica narrativa del consumo impone storie standardizzate e l’appagamento del lettore/fruitore, che deve in tutti i modi essere rassicurato; siamo anche tutti d’accordo che la logica dell’investimento imprenditoriale contiene in sé un rischio molto alto, per cui un produttore che decide di investire denaro nella generazione di un dispositivo discorsivo mai prima sperimentato si sentirà fortemente invogliato a non scegliere la strada nuova, se la vecchia si è dimostrata redditizia. Siamo tutti d’accordo che i programmi di intrattenimento sono sempre più fieri del loro ruolo di assertori di un invito al disimpegno mentale. È insomma un circolo vizioso in cui il fruitore necessita di abbeverarsi alla fonte della rassicurazione e il generatore di dispositivi discorsivi appaga tale sete moltiplicando la dose di storie minime di cui il lettore ha bisogno per dormire sonni tranquilli.

Siamo infine tutti d’accordo che lo stereotipo necessita di un contro stereotipo per poter sopravvivere, articolando così una dialettica autoreferenziale nella quale lo spettatore compulsa, inconsapevolmente, all’interno di un perimetro rigido e sistematicamente strutturato. Da un lato del perimetro di gioco vi è la critica ansiogena e scandalistico/complottistica del potere nascosto che “manovra”; dall’altra parte il risorgere di figure, martiri, gruppi, associazioni che si ribellano a tali manovre. Il primo aspetto, cioè quello della critica scandalistico/complottistica, si articola attraverso la denuncia feroce ma altrettanto inutile di un presunto sistema di controllo politico/amministrativo capace di fare da cabina di regia. Ciò, al solo scopo di perpetuare la propria potenza economica e le proprie relazioni di potere. Quest’ultima visione risente di un approccio politico e giornalistico certamente nobile e in molti aspetti verosimile ma oramai in parte inefficace: a furia di gridare “al lupo al lupo” infatti, il lettore finirà (o ha già finito) per non crederci più. Il secondo lato del perimetro è rappresentato, per fare un esempio, dalle noiose storie in cui l’eroe di turno scopre (”fa luce”: ha la fiaccola dell’illuminismo) la verità muovendosi tra furbissimi e vegliardi capibastone, donne more di incredibile bellezza e repressa passionalità, adiuvanti smaliziati che emergono singolarmente dall’abbrutimento sociale nel quale si trovano. Navigando in questo mare insipido si approda alla logica del singolo che riesce ad emergere da un ambiente intrinsecamente infetto: ennesimo esempio di un implicito approccio sobriamente lombrosiano e di introiettamento di uno stereotipo imposto.  Emblematiche le storie di Andrea Camilleri che, tra una risata e una mangiata di sarde a beccafico, ci servono l’esempio di un carabiniere rimbecillito (Catarella) e di una società locale estremamente repressa e torbida. Non è un caso infatti che i libri di Montalbano siano diventati il canone del genere: segno che la narrazione implicitamente denigrante ha pilastri molto solidi nella nostra cultura, tanto che non facciamo più caso a certe immagini, nonostante ci vengano forniti consistenti approvvigionamenti quotidiani.

Ora, ponendo che siamo tutti d’accordo con gli elementi sopra descritti, ne viene fuori un ritratto di una narrativa topografica in fase di brutale senescenza. Più nello specifico: il lettore ha bisogno di sapere che se una storia è ambientata per esempio a Napoli, allora prevederà una serie di mitemi rigidamente predefiniti. Anni fa erano Totò, poi Rosi, poi Troisi ma anche Nino d’Angelo, Cutolo, Merola e Maradona. Oggi Napoli è Scampia; traffico di cocaina; clan che si combattono; estetica kitsch; Madonne e polvere da sparo in una fusione tra lo stereotipo camorristico prettamente napoletano e quello meno pop legato ai clan del casertano. In una delle ultime serie di “Gomorra” la fame di stereotipi era tale che a un certo punto il protagonista Ciro sbarca proprio a Napoli, a Forcella, cioè nel cuore pulsante dello stereotipo. Si nota come lo stereotipo cannibalizzi le storie fino a divorarsele completamente e a cercare altro cibo. A questo punto è ragionevole pensare che, una volta terminato l’iter del processo “Rinascita Scott” in Calabria, la cronaca giuridico-giornalistica che adesso è in gran parte vergognosamente silente si traduca presto in una serie di stilemi che daranno da mangiare a una intera generazione di sceneggiatori delle fiction RAI, Sky, Netflix e quant’altro, proprio come successo per le narrazioni della Campania post-processo ai casalesi e post-pubblicazione di “Gomorra”. In questi termini, la Calabria è la nuova terra di conquista per questo tipo di narrazioni, e i primi coloni vi sono già approdati. Non è un caso che nelle ultime serie di “Gomorra” si comincia a parlare di ‘ndrangheta; non è un caso che una delle serie tv più importanti in Canada, che si chiama “Bad Blood”, sia incentrata su una famiglia di ‘ndrangheta con una onomastica attinta da molti cognomi della provincia reggina (la serie è stata definita “I Soprano del Canada”), e ci sono calabresi in giro che ne sono pure contenti. Tali stilemi hanno creato una dittatura della narrativa topografica a tal punto che chiunque si discosti è destinato a perire, perché il pubblico sembra non amare i cambiamenti e, più del pubblico, a non amare i cambiamenti sono i produttori cinematografici mainstream, gli editori, stampa & propaganda massmediatica. Non è una questione di Governo. Non è una questione di “potere politico che impedisce lo sviluppo o il raggiungimento della verità”: paradossalmente, i dittatori in un caso come questo non sono i “politici” in senso generico, ma coloro che il potere lo dovrebbero esaminare, criticare, masticare: cinema, stampa e poi tv e industria editoriale mainstream. Ed ecco allora che partiamo con la processione di ragazzini che stanno nel palazzo a fare le sentinelle, il camorrista che tenta la scalata al potere, i legami tra il meridione italiano e il Sudamerica per il commercio della coca. Ci sono tutti gli ingredienti perché la plebe capitalistica settentrionale dominante si senta bene, esercitando un libidinoso appagamento: il viriloide disfacimento del Sud e, di riflesso, la produttiva e superiore, ordinata, lucida e ruffiana freddezza del Settentrione integrato. Così come, nel cinema e nelle serie americane, il confine con il Messico è la frontiera della perdizione e dell’oblio (“scappiamo in Messico”, dice chiunque stia scappando dagli USA. Come se in Messico non ci fosse un sistema giuridico, né altro. Come se fossero tutti a bivaccare con il sombrero in testa e a suonare la chitarra), allo stesso modo il nostro Sud è la frontiera oltre la quale c’è la selva dell’oscenità criminale o della languida pigrizia da controra.

Badate bene, è la medesima retorica della masseria in Puglia nella quale si ritira il/la manager lombardo/a stressato/a dalla vita. Il debito questa volta è nei confronti della narrazione cinematografica e anni Ottanta proveniente dalla middle-class finanziaria gravitante intorno a Wall Street, in cui echeggiava il sogno di aprire il proverbiale chioschetto di cocktail alle Maldive. Oggi, qui da noi, echeggia il sogno di aprire il proverbiale agriturismo o il B&B. A voi il PIL, a noi i tramonti. In altre parole: è bello tutto ciò che non è legato a una forma di sviluppo politico ed economico. Da quest’ultimo spazio, infatti, il Meridione, e questo calzino spaiato che si chiama Calabria, deve essere estromesso. Perché? Che cosa succederebbe se ci accorgessimo che il sud è veramente un bel posto in cui lavorare e vivere? Forse sottrarremmo braccia e teste al Minotauro capitalistico settentrionale? Sembra di ascoltare echi gramsciani in questi simulacri di potere feudale meridionale in sottile allineamento con la borghesia industriale settentrionale, ma con in più il rischio di una potenziale gentrificazione rurale, cosa che sarebbe un ulteriore tema di confronto che esula però da questo spazio. Piuttosto, sento la necessità di un chiarimento: questo non è un discorso di puerile opposizione tra “Nord” e “Sud”. Una Questione meridionale qui non può che entrarci in maniera del tutto residuale e spettatori assuefatti ce ne sono da Aosta ad Agrigento. Ma è fuori discussione che, dietro l’imperante necessità di offrire un immaginario del Sud come terra di nessuno o come terra da buen retiro, vi è un generale tentativo di controllo, culturalmente e politicamente orientato, dei flussi migratori, unito a un senso di rassicurazione per le plebi industrializzate capitalistiche che, nel triangolo industriale italiano, hanno il loro zoccolo duro. E questa è una dinamica globale, non locale. Indubbiamente, agli italiani spetta il singolare primato di averla sia subita sia alimentata.

Ora, questa dialettica è incoraggiata anche dalla retorica del “far luce”, che nasconde in realtà la perpetuazione di uno stereotipo anchilosante per le nostre narrazioni e restituisce il peggio del pattume da mainstream. Nessuno ne è immune: Napoli è camorra, con i dettami estetici forniti dal serbatoio discorsivo di “Gomorra”; Roma è bellezza & mala amministrazione (“Suburra” si ispira alle indagini su Carminati e Buzzi. Ma la storia è iniziata già da prima, da “Romanzo criminale”). La Puglia è terra da buen retiro: la masseria, la pizzica, il Salento, la deliziosa raffinatezza mediterranea in salsa romanica. La Sicilia, last but not least, è stata la prima vittima sacrificale a immolarsi nel tritacarne dello stereotipo, tanto che sarebbe impossibile anche solo tentare una carrellata che non sia approssimativa: dalla retorica neorealista fino al delitto d’onore negli anni Cinquanta e Sessanta; dalla Pizza-connection alle varie Piovre degli anni Ottanta; dal realismo alla “Mery per sempre” e “Ragazzi fuori” alle fiction post omicidio Falcone e Borsellino, fino ad approdare in quel di Vigata. E tralasceremo qui le retoriche relative alla questione immigrazione, da Riace a Lampedusa, per questioni di spazio.

E dunque, com’è possibile un appiattimento simile in un’epoca con un livello di accesso alle informazioni così alto? Com’è possibile che ancora sopravvivano e prolìferino narrazioni così tossiche e puerili? Come è possibile farsi violentare da uno stereotipo, nonostante se ne riconosca la pericolosità criminale?

Tali domande esigono un accorto processo di verifica sia della loro validità “epistemologica” sia della loro validità sociologica, per cui per ora potremmo lasciarle sullo sfondo, come orizzonte di riferimento. Piuttosto, varrebbe la pena tentare un approfondimento un po’ più preciso sul trait d’union che lega queste due colonne d’Ercole dello stereotipo.

Prima ho sostenuto infatti che la narrativa rigida topografica si serve di stereotipi capaci di veicolare stilemi e mitemi che risultano rassicuranti per il lettore, che così dà in pegno la sua fedeltà in cambio di qualche ora di rassicurazione. Questo meccanismo è alla base di una montagna di procedimenti discorsivi che riguardano ciò che si può e non si può dire. Uno pensa: “ci sono cose che non possono essere dette: segreti di Stato, collusioni tra mafia e politica, reati e nefandezze varie. I mass media in qualche modo lo dicono: essi svelano e rivelano”. Ebbene, io dico il contrario: segreti di Stato, complotti, reati e nefandezze varie a me pare che oggi si possano dire (e questo in parte è un bene). Ciò che non si può dire risiede nella dimensione estetica: non si può dire che una delle più potenti opere di conservazione della cultura Occidentale si è avuta nei Monasteri delle montagne della Sila e dell’Aspromonte. Non si può dire che in Campania c’è una delle Certose più grandi d’Europa, e ambientarvi una storia. Non si può dire che lo sbarco degli Alleati in Calabria ha causato una serie documentata e incredibile di stragi di civili. Non c’è censura su questi argomenti. Peggio: c’è assoluto disinteresse. Perché sono narrazioni che ribaltano un paradigma. Sono queste dunque le vere narrazioni che danno fastidio e che difficilmente usciranno dai confini di un programma di Alberto Angela o di una rivista di turismo. Il pericolo di questa segregazione, a mio avviso, è molto forte.

A voler promuovere contenuti diversamente calabri, una delle critiche che potrebbero essere rivolte è la seguente: “se proponi un racconto alternativo, allora hai qualcosa da nascondere. Se proponi un racconto alternativo, allora ti giri dall’altra parte e fai in qualche modo il gioco delle mafie. Ammettilo: sotto sotto sei mezzo mafioso anche tu”.

Rispondo a queste eventuali critiche con alcuni provocatori esempi: il piemontese Carlo Levi non ha girato lo sguardo dall’altra parte davanti alle sue mondine? Non si è girato dall’altra parte quando ha gettato le fondamenta del discorso sul Sud povero e arretrato di contro a un nord incivilito e industrializzato? Senza fissarci su Carlo Levi: siamo sicuri che l’attenzione costante dell’opinione pubblica su determinate problematiche sia risolutiva? Io credo che la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sia fondamentale per garantire una costante vigilanza su certi problemi e sono altrettanto convinto che tale vigilanza debba passare anche attraverso l’informazione. Ma oggi è acclarato che non c’è più confine tra informazione e spettacolo. Faccio un esempio: tutti sanno come si veste un mafioso, ma pochissimi sanno come funzionano le attività di riciclaggio di denaro sporco. Altro esempio: tutti sanno che formule o espressioni più o meno usa un mafioso, sanno come antropologicamente è, ma pochi sanno in che cosa si configuri precisamente il reato di associazione a delinquere. Tutti sanno come si veste un mafioso, ma pochi sanno chi sono i principali reparti speciali nati per fronteggiare la mafia. Tutti sanno che, oggi, gran parte dei mass media non informano, ma commentano. Allora forse sarebbe il caso che gli scrittori inizino seriamente a in-formare la realtà, a darle forma, e lascino gran parte del mainstream massmediatico a fare ciò che sa fare meglio: gli “umarell” del villaggio globale.

E quindi: racconto pregiudizievole, dittatura della narrativa topografica, penalizzazione di alcune realtà a discapito di altre. Per non parlare della questione linguistica. L’approssimazione arriva a livelli talmente grotteschi che, ogni volta che un attore si trova a rappresentare un personaggio calabrese, si mette a parlare con un accento siciliano da Franco e Ciccio condito da qualche raddoppiamento fonosintattico per dare l’impressione di avere po’ studiato la parte. Non sembra di essere tornati agli anni del dopoguerra quando Domenico Modugno, agli inizi della carriera, nonostante fosse pugliese, si spacciò per cantante siciliano perché altrimenti non era riconoscibile agli occhi del pubblico? Non sembra di essere tornati all’epoca della New Hollywood quando il lucano Coppola, i siciliani Scorsese e Pacino, il molisano De Niro hanno scoperto e codificato con precisi e rigidi stilemi attoriali e cinematografici l’estetica del sud italico agli occhi del mainstream capitalistico-protestante occidentale? E ancora: noto un compiaciuto stile descrittivo dei rituali di affiliazione alla mafia nei libri con tagli più saggistici. Per fortuna, ci sono stati autori intelligentissimi che hanno riflettuto a lungo su questa componente pericolosamente condizionante della narrativa topografica – magari in altri termini da quelli affrontati in questa sede. Per esempio il “Miracolo”, serie ideata da Niccolò Ammaniti e ambientata in parte in Calabria con la regia, in alcuni episodi, di Francesco Munzi. Sempre di quest’ultimo è la regia del famoso “Anime nere” (su un libro di Gioacchino Criaco). In “Anime Nere” c’è la scena di un attentato che, in “Gomorra” o in una consueta serie tv a tema “mafia”, avrebbe fatto la gioia dello sceneggiatore esperto di sparatorie e dello spettatore cresciuto a pane e film americani: un uomo esce dal bar di un paesino, di notte, e si sta dirigendo verso la sua auto. Sembra chiaro che sta per succedere qualcosa, altrimenti il regista non avrebbe avuto motivo di indugiare su questa passeggiata. L’uomo sale in macchina, si siede, un colpo di pistola gli trafigge il cuore, l’uomo muore, punto.

La sintassi di questa scena vuole comunicare il seguente messaggio: “questo film non vuole sedurti. Questo film vuole sensibilizzarti”.

Immaginate la stessa scena girata per una serie di Netflix o, Dio ce ne scampi, per una fiction di Raiuno. Nel caso di Raiuno, immaginate la vomitevole quantità di stilemi da post neorealismo d’accatto: lei che spettinata corre verso il cadavere e lo stringe al seno urlando la sua disperazione. Scena dopo, l’Autorità: la Scientifica che analizza con piglio da Crime Story la scena del delitto. Il commissario che si apparta a parlare con l’esperto di turno. Riceve una telefonata: primo piano del commissario che parla al telefono e scappa via all’improvviso (poi si scoprirà che la telefonata non era di lavoro ma riguardava i suoi fatti privati ecc ecc.). Vedete come si scrivono da sole? Vedete come siamo agiti da questi stereotipi?

In conclusione, quali le soluzioni, quali le prospettive? Personalmente, parto dal presupposto che la scrittura (e in senso lato la produzione di una narrazione) sia un atto implicitamente politico. Intendo dire che scrivere, e di conseguenza pubblicare, sono atti di condivisione sociale e quindi, a prescindere dalle scelte autoriali, sono atti politici. Quindi per prima cosa ritengo che l’autore debba vestire i panni dello scrittore politico. Non dello scrittore impegnato – usciamo dalla logica dello scrittore politico come necessariamente ancorato alla logica post-sessantottina. Intendo uno scrittore che abbia cognizione del fatto che i temi di cui parla confluiscono in quel rigoglioso e religioso flusso fatto di atti che definiscono e cristallizzano una cultura.

Quindi ha una responsabilità. Egli produce documenti culturali a prescindere dalla sua popolarità, ricchezza, amicizia con tizio e con caio.

Le modalità narrative specifiche attraverso cui potrebbe esercitarsi tale responsabilità saranno oggetto del prossimo intervento e riguarderanno il fatto che bisognerebbe iniziare a navigare oltre le colonne d’Ercole degli stereotipi imposti, e guardare alla Calabria con occhi diversi.

Magari come a un calzino spaiato, anziché come alla punta d’Italia.

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