Narrativa

Narrazioni sismiche: l’esempio di San Ferdinando 1/2

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Le grandi narrazioni classiche e nazionali sulla pianura hanno sempre proposto il grande Piano Padano come esempio di profonda apertura e sconfinata potenzialità produttiva e creativa. Come terra che per estensione abbraccia una comunità di persone i cui ideali sarebbero simbolicamente estensibili al resto d’Italia, addirittura anche all’Italia montanara e marinara. Tutto ciò ha avuto riverberi politici molto profondi e mai sufficientemente indagati dal punto di vista narrativo (la Padania come terra esemplarmente redenta in cerca di giustizia e riconoscimento). Qui a San Ferdinando, il mito della Pianura padanicamente intesa va sottoposto a una puntuale analisi. L’esempio di questa comunità, come prima cosa, offre un implicito esempio di una narrazione sismica: una contronarrazione punto per punto rispetto a diverse rappresentazioni carsicamente presenti nella nostra semiosfera quando si parla di pianure, tema molto molto presente nel nostro bagaglio culturale e letterario nazionale – penso ai lavori di Celati per esempio. Il percorso che porta le persone in un luogo come questo infatti non è quello dei viaggiatori delle pianure. Non è quello per esempio del viandante, né del turista inconsapevole e in cerca di una nascosta bellezza del territorio né del commerciante in cerca di un ristoro. A San Ferdinando pertanto non ci si va, non ci si trova, non si transita ma ci si arriva. Si potrebbe piuttosto parlare di un approdo ma, a differenza di quanto possa apparire a un primo sguardo, questo non è un posto di cultura marinara. Questo arrivo, questo approdo, è puramente terrestre ed è sempre stato legato alla pianura.

San Ferdinando è un porto di terra.

Il primo ad approdare qui è stato il Maresciallo di Campo Vito Nicola Nunziante intorno al 1816. Non ci è venuto apposta, ma è stata la vita a farlo arrivare in queste terre. Per la verità, avrebbe dovuto essere avviato al sacerdozio e non ci pensava nemmeno a dover fare la carriera militare. Nel 1794 infatti, a nemmeno vent’anni, il suo nome viene estratto a sorte nella piazza di Campagna, suo paese di origine in provincia di Salerno, per entrare nell’esercito borbonico. Vito ci prende gusto e conquista sempre di più la fiducia della Corona finché, vent’anni dopo quel sorteggio, si trova a Pizzo a nominare la Corte militare che giustizierà Gioacchino Murat. Per ringraziarlo della sua lena, Re Ferdinando conferisce, a lui e ai suoi discendenti, il titolo di Marchese, accordandogli una pensione annua di mille e cinquecento ducati sua vita durante. Nel 1820 fa in tempo a reprimere i moti carbonari e, nel contempo, a consigliare al Re di concedere la Costituzione. Strana figura quella di Vito. Fedelissimo alla Corona ma anche animo di grande sensibilità e curiosità intellettuale. È lui a importare nel Regno alcune nuove metodologie di trivellazione, a implementare l’estrazione di zolfo, allume, acido solforico e altri minerali a Vulcano, a creare pozzi artesiani in giro per il Regno. A Torre Annunziata, ancora oggi, ci sono le Terme Vesuviane, considerate le terme più antiche d’Italia. Floride di acque buone per lenire i dolori reumatici, nacquero nel 1831, recuperando un insediamento termale di epoca romana riscoperto grazie a un’intuizione di Vito. Un esempio di attivismo imprenditoriale tutto asburgico ed eurocentrico in un contesto mediterraneo spesso descritto come indolente e pigro. La biografia di Nunziante si innesta nella storia di San Ferdinando quando, nel 1817, il Marchese chiede al Re e al Comune di Rosarno (che fino al 1977 amministrerà queste terre) di concedegli l’area delimitata dal fiume Mesima a nord, dal mare a ovest, dal territorio del comune di Gioia Tauro a sud, dal Bosco di Rosarno a est. Sarebbe troppo macchinoso descrivere i rimpalli burocratici tra il Comune di Rosarno, la Corona e Nunziante, rimpalli che hanno poi portato il Marchese a ottenere le terre. Per alcuni le ottenne con l’inganno, per altri fu un’operazione pulita. Fatto sta che nel maggio del 1818 il Re concede a Vito quei terreni a patto che il Marchese termini la bonifica in cinque anni; che dopo questo periodo consegni al Comune la quarta parte bonificata e più vicina all’abitato; che venga fatta una verifica per determinare il valore esatto di quelle terre e che rimborsasse il Comune delle terre già bonificate qualora, dopo cinque anni, non fosse riuscito a completare l’opera. Insomma, erano clausole abbastanza stringenti, che forse dovrebbero servire da esempio al Legislatore attuale in tema di appalti pubblici. Ottenute le terre, Vito si mette alla ricerca di braccia. Mi si permetta prima una divagazione, perché bisogna capire bene che cosa era la pianura in quegli anni: il terremoto del 1783 aveva abbassato la vallata del Mesima consentendo al fiume di straripare e creare acquitrini, acque stagnanti, paludi con esalazioni mortifere. Viene registrata la presenza di geyser di acqua con zampilli fino a venti metri, conche circolari creavano pozzi di cinque o sei metri nella sabbia. Le fiumare irradiavano potenti inondazioni di acqua melmosa a ogni piovasco. Un paradiso per un esperto geologo, un inferno per chi ci abitava. Senza contare la presenza di cinghiali, lupi, relitti umani che occultavano crimini irriferibili provocati da fame, rabbia, malattia. La malaria in particolare infestò presto la zona: nel 1817 a Rosarno nascevano 76 bambini e si registravano 117 morti. Nel 1750 c’erano 4500 abitanti, nel 1818 ce ne erano 780, molte già inferme, sfinite, indebolite, abbrutite. Ancora nel 1907, circa cento anni dopo i fatti raccontati, si narra che molte persone da Gioia Tauro, la sera, prendevano il treno per andare a dormire a Palmi e sfuggire così all’inferno di certe nottate. È questo il teatro in cui Vito si trova a operare, è questa la pianura in cui nasce San Ferdinando. A Vito servono braccia, dicevo: si attiva insieme a don Vincenzo Ramirez, suo consigliere e tuttofare, per trovarne di buone e robuste. Ad andargli in soccorso, attirati da una paga decente e da vitto e alloggio, contribuiscono, oltre alle poche maestranze locali, i vanghieri cosentini provenienti da Malito, Orsomarso, Mangone, Grimaldi. Sono infaticabili lavoratori e grandi esperti di opere di bonifica, definiti “laboriosi, robusti e frugalissimi”. Arrivano anche intere famiglie provenienti dall’area del vibonese e del Monte Poro: da Spilinga, Parghelia, Ricadi, Zambrone e dai casali circostanti. Anche in quel caso, non sono persone attratte soltanto da un sogno di redenzione: alcuni per esempio sono spinti dalla necessità, poiché una crisi nella produzione dei cereali nel quinquennio 1815/1820 aveva comportato un pesante ribasso dei prezzi che non aveva consentito loro di pagare i canoni dei terreni nella zona di Capo Vaticano. Meglio vendere tutto e trasferirsi. Deve aver pensato così anche il primo tra gli abitanti di San Ferdinando – perché questo posto ha anche un suo Romolo – e cioè Pasquale Barbalace di Carciadi, trentacinquenne, che si porta appresso la moglie Antonia e cinque figli e a San Ferdinando ci rimane per tutta la vita, facendo a poco a poco venire altri otto fratelli. Ma le braccia non bastano. Nei primi anni Trenta, Vito chiede e ottiene dalla Corona di potersi servire del lavoro dei galeotti al confino. Chiede in particolare di poter assumere uomini con meno di quattro anni di reclusione per reati comuni o politici, in cambio di vitto, alloggio e di una paga, per la verità misera. In più avrebbe pagato una penale per ogni evaso. Il governo gli concede il permesso e così l’insediamento si popola presto di servi di pena provenienti da tutto il Regno. Fino al 1862, anno in cui questa prassi termina, uno solo di loro si rende protagonista di un crimine. Si chiamava Michele Bovolo, aveva 48 anni ed era di Torre del Greco. Nel 1846 uccide a martellate in faccia e nella nuca Pasquale Zavaglia di Polistena. Lo sfigura accanendosi anche sul cadavere e tutto per un improvviso diverbio sorto mentre i due stavano amabilmente smontando la filanda del marchesino Salvatore Nunziante. Bovolo riesce a imbarcarsi e a raggiungere i due fratelli in Tunisia, e di lui si perdono per sempre le tracce. Questa è una delle poche storie di mare, insieme alla fuga dei Nunziante con un vaporetto durante l’arrivo dei Garibaldini. Quel giorno i Nunziante, in tutta fretta, stiparono tutto il possibile in due barche che a loro volta avrebbero dovuto intercettare un vaporetto in arrivo dalla Sicilia diretto probabilmente verso lo Stato Pontificio e carico di altre nobili famiglie siciliane. Il piano era quello di giungere a destinazione, mettersi con una mano davanti e l’altra dietro e chiedere asilo al Papa. Prima di lasciare le sacre sponde, i Nunziante si raccomandarono con i paesani di “chiudersi in casa, nascondere quanto avevano di più caro e stare accuorti perché i garibaldini erano nemici del Re, del popolo e di Dio”. Poi si imbarcarono inghiottiti dalle loro preghiere. Alcuni non tornarono mai più, altri tornarono con altre vesti, continuando la loro discendenza. Il mare qui è la fuga, la terra è l’arrivo. Per questo uno dei tentativi più nobili delle Amministrazioni attuali è quello di provare a ricucire il rapporto tra la cittadinanza e il mare.

Vito non fa in tempo a conoscere l’episodio di Bovolo, né ad assistere alla momentanea fuga dei suoi discendenti: se lo porta via la malaria nel 1836. Le battaglie sociali vedono protagonisti uomini contro uomini. La dialettica del sopruso e del riscatto limita le azioni umane a una narrazione monocorde e ammorbante, seppure conservi delle indubbie e utili verità, meritevoli certo di approfondimento. Ma le narrazioni che hanno potere decisionale sulla comprensione di una cultura sono sempre quelle periferiche, che scorrono sottotraccia, quasi invisibili, come un fiume interrato e pronto a espodere dal sottosuolo alla prima piena. Poche volte ci si rende conto che dietro una battaglia tra una classe sociale e un’altra vi è sempre l’incredibile sforzo di uomini, dai comportamenti più o meno reprensibili, che reagiscono contro nemici inafferrabili e crudeli. Per questa gente, ricca o povera che fosse, la pianura, con i suoi impressionanti bradisismi, i suoi spazi sconfinati e la natura che spontaneamente o meno vi alberga, sia nel sottosuolo e sia davanti agli occhi degli umani, è stato il vero, amatissimo nemico.

Con Vito Nunziante nascono abitazioni di un solo piano, spesso con una sola finestra, un solo locale e un fumaiolo. Nasce poco a poco, riverberandosi soprattutto in epoca moderna, con la vergognosa sbornia edilizia del secondo Novecento, l’anti-mito delle casette, cioè l’asfissiante retorica che per anni ha portato gli abitanti di San Ferdinando di bocca in bocca, in quel vorticoso e ignobile parlottare che costituisce la vox populi di una cultura retrograda e impegnata a rincorrere il sogno della modernità: i casettoti, e San Ferdinando veniva definita “le casette”, cioè un posto incompleto, provvisorio, quasi baraccato. Vito pensò a due elementi fondamentali quando decise di dare in affitto queste abitazioni ai braccianti e agli operai. Il primo, fu una logica padronale di risparmio. Il secondo, fu una logica lungimirante in chiave antisismica al punto che, oggi, quello elaborato dai Borbone dopo il terremoto del 1783 è considerato il primo e il più sicuro piano antisismico europeo, in anticipo di oltre duecento anni rispetto a quello che ancora oggi la ricerca sta elaborando. Alcuni dei capisaldi di questo piano erano l’assenza di balconi e case alte non più di due piani. Ancora una sottotraccia, ancora un elemento che erode la rigida dialettica che da Verga in avanti contrappone il padrone al servo, incoraggiata, qui in Calabria, dal neorealismo alvariano. Le casette, simbolo di sfruttamento e nel contempo simbolo di una architettura e di una urbanistica veramente innovativa per quei tempi (e anche per i nostri) stanno ancora oggi lì a ricordarci quanto sia stupido il nostro comune parlare, e quanto sia difficile districarsi tra il bene e il male. C’è voluta una ricerca a opera di Filippo Bernardini della sezione di Bologna dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e di Carlo Meletti della sezione di Pisa dell’Ingv; c’è voluto uno studio del CNR in cui hanno fatto tremare un modellino del palazzo del vescovo di Mileto per proporre un paradigma nuovo, in una nazione sconvolta da terremoti anche a causa di edifici costruiti senza criterio alcuno. Lasciamo le casette e torniamo alla nostra storia: negli anni successivi alla morte di Vito, i suoi successori non si costruiscono una buona fama. Uno di loro, il Generale Alessandro Nunziante, nipote di Vito, fa parte della cinquina di pezzi da novanta borbonici che tradiscono Francesco II. Nel 1866 lo ritroveremo a strepitare “avanti Savoia” durante Terza guerra di indipendenza e in seguito verrà pure eletto deputato. Il figlio di Vito, Ferdinando, fa torturare e malmenare alcuni di quei trecento carbonari che, nel 1847, vengono rinchiusi nel carcere di Gerace. Non contento, fa prendere a bastonate e poi trascinare davanti ai suoi piedi il sacerdote Zappia e il suo compagno don Francesco Massara. Poi, dopo aver sputato in faccia al sacerdote, gli dice sarcastico: “E voi siete gli uomini che vogliono liberare l’Italia?”. Successivamente crea una Commissione che condanna a morte cinque ragazzi tra i sediziosi, noncurante della sua facoltà di concedere la grazia. I Martiri di Gerace costituiscono un altro oggetto non identificato nella narrazione mainstream.

La discendenza dei Nunziante è molto ramificata e complessa, e non può essere materia di questa disamina. Mi limito a stringere il campo su un altro soggetto essenziale per questa storia, Luigi. Egli appartiene alla seconda generazione post-unitaria dei Nunziante, e si vede. Ha in sé tutto il rancore del nobile espropriato: battaglia nell’amministrazione, è sordo alle richieste di braccianti, se ne fotte dei bisogni del popolo. Inoltre, è una figura molto controversa perché il suo nome è legato a un misterioso incendio che si scatena a San Ferdinando il 16 luglio del 1894. Quel giorno tutta la cittadinanza è a festeggiare la Madonna del Carmine al Monte Poro, fuori Paese. Al ritorno, trovano tutte le abitazioni bruciate. Per alcuni, fu un incendio doloso ordito da Luigi per punire le rivendicazioni dei braccianti che volevano creare le prime Camere del lavoro, ed espropriarli da quelle terre. Per altri, l’incendio fu causato dall’imprudenza di un giovane di nome Domenico Saragò. La storia è molto complicata e ha degli strascichi che riguardano anche alcuni omicidi avvenuti nel 1908, che meriterebbero una narrazione a parte. Fatto sta che i Nunziante si rifiutano di costruire nuove case. Così, due anni dopo, il massaro Ferdinando Rombolà, seguito da alcuni contadini, se ne va da San Ferdinando e fonda Eranova. Lo fanno proprio a poche centinaia di metri dalla fine del comune di Rosarno, in territorio gioiese, sotto il naso del Marchese. Altro mito fondativo. Altro Romolo, altro sottile ripiego della storia, altra impressionante via di fuga: la distruzione di Eranova nei primi anni Settanta del Novecento sarà uno dei simboli dell’arrivo di quella modernità già moribonda testimoniata dalla creazione del quinto centro siderurgico nella Piana di Gioia Tauro e per fortuna in parte riscattata dalle battaglie contro l’edificazione della centrale a carbone negli anni Ottanta.

(continua nel prossimo numero)

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