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Capita a tutti di andare a comprare un maglione in un negozio

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Capita a tutti di andare a comprare un maglione in un negozio e di trovare esposti dei capi dalla buona vestibilità. L’illusione è quella del maglione di lana che protegge dal freddo, comodo e a buon prezzo. Ma basta avvicinarsi e toccarlo con mano e successivamene leggere l’etichetta all’interno per notare che in realtà quei maglioni hanno una percentuale di acrilico che arriva anche al 70%. Che ne è di quel maglione che, visto in vetrina, offriva una promessa di calore e di bellezza?

Capita poi di perseverare nel desiderio di possedere un maglione di pura lana vergine, incorrotta, e scoprire che il suo costo è alto, talvolta quasi volutamente smisurato. Eccoci rivelata epifanicamente una delle più frequenti contraddizioni del consumismo capitalistico, ovvero l’effetto Morgana, l’illusione che l’optimum sia a un palmo di mano, salvo scoprire che le cose non stanno esattamente così. Questa analogia descrive in maniera esatta una modalità di narrazione che definirei acrilica perché trasmette l’illusione di bellezza e di armonia pur essendo composta da elementi che, combinati funzionalmente tra di loro, risultano scadenti, artefatti, sintetici. Queste narrazioni sono confortevoli, hanno una buona trama ma sono fibra sintetica perché non riescono veramente a soddisfare il desiderio di immaginario dello spettatore. E allora per verificarne l’inconsistenza bisogna toccarle con mano.

Il luogo in cui le narrazioni acriliche proliferano è sempre endogeno, raramente esogeno. Cioè più il soggetto che descrive se stesso si identifica con ciò che narra e più il rischio di contaminazione acrilica è alto. L’acrilico pertanto si annida nella natura di comunicazione istituzionale e simbolica di un determinato dispositivo narrativo. In altre parole: il soggetto che prende la parola per descrivere sé stesso, oppure usa simboli con cui gli altri lo identificano, corre sempre il rischio di cadere nell’omissione dei propri difetti e nell’esagerazione dei propri pregi e per farlo si concede spesso con malizia e generosità al lato artificiale di sé stesso. La comunicazione istituzionale quindi è geneticamente generatrice di narrazioni acriliche, e pertanto quando l’attore che genera una narrazione è il protagonista della narrazione stessa bisognerebbe lavorare sempre sul levare, e mai sull’aggiungere. Sul mostrare e mai sul commentare, proprio in modo da evitare di cadere nella spirale narcisistica della autorappresentazione di sé. Certo, ci si può raccontare cedendo la parola a un altro soggetto e delegando a lui la facoltà di narrare, ma non è un procedimento risolutivo. Il protagonista della narrazione ha infatti l’ultima parola: egli approva o disapprova, e avrà sempre la piena responsabilità di ciò che verrà dichiarato e di ciò che verrà omesso.

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