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Comunicazioni trasversali

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Il problema è rilevante perché tale comunicazione, essendo istituzionale, si rivolge a una vasta platea di cittadini che non è limitata a un target specifico. Si tratta di comunicazioni trasversali che quindi hanno una vasta risonanza e hanno anche dei significativi costi pubblici. Un esempio su tutti (e lo cito perché ha destato molto scalpore ed è oramai diventato un esempio di scuola) è il cortometraggio di Gabriele Muccino dall’emblematico titolo “Calabria terra mia” da lui girato su commissione della Regione Calabria nel 2020. A livello di regia ci si è senza dubbio fatti prendere la mano da parecchi cliché, e questo è evidente. Ma l’acrilico di quel documentario non si annida nel girato o nella sceneggiatura o nelle immagini. Si annida nel fatto che è la Regione Calabria a descrivere la Calabria stessa attraverso gli occhi di Gabriele Muccino. Si tratta di una dialettica strutturale e intrinsecamente narcisistica, e pertanto in casi come questo va sempre tenuto a bada il suo svolgersi, altrimenti le ricadute possono essere esattamente il contrario del risultato che si vorrebbe ottenere. Il contraltare infatti è il kitsch, non nella sua accezione di pot-pourri ma nel senso di stomachevole sovrabbondanza – nel nostro caso – di stereotipi. Stessa cosa, ma senza l’intervento istituzionale, è il video di Jovanotti girato tra Scilla e Gerace, in cui il clima di scanzonata, sensuale solarità assimila il luogo a terra di un naturalismo edonistico dove “si magna, si beve, e si fotte” ma non si produce (non sia mai. Il video si intitola emblematicamente: “Alla salute”, e molti calabresi sono stati pure contenti di baciare la pantofola del mainstream).

Per restare nella metafora tessile, non si tratta di lana caprina. La comunicazione istituzionale muove fondi pubblici ed è un investimento economico a tutti gli effetti. Le ricadute di una narrazione acrilica in questo campo, e l’esempio citato lo dimostra, possono inquinare gravemente un immaginario e avere dei costi economici reali molto alti.

L’esempio ulteriore è relativo al campo della comunicazione di un simbolo con cui una realtà culturale si identifica, e quindi il pensiero vola senza indugi ai Bronzi di Riace. Questi ultimi sono stati certamente un oggetto di comunicazione istituzionale ma non sempre sono stati raccontati solo da Enti pubblici. Anzi, nel caso di questi due capolavori la responsabilità criminale del loro racconto, almeno in passato, è stata di un’interà società locale. Ci sono infatti voluti diversi decenni per bonificare l’immaginario collettivo da tutti i fotomontaggi e da tutta la paccottiglia sui Bronzi prodotta nei decenni scorsi da commercianti, associazioni e tante altre categorie professionali, politiche e sedicenti culturali. Ancora oggi ci esplodono in mano dei residuati bellici di quel periodo: locandine ai bordi delle autostrade con fotomontaggi delle due statue che si stagliano su uno sfondo cromaticamente acceso, eccessivo, al limite del fosforescente, spesso con un sole dell’avvenire nella variante maoista dietro il loro capo. Ai Bronzi gli si fa fare di tutto. Li si veste di tulle, li si innalza su piedistalli che si affacciano a Santuari, li si impiega. Il rimando è artistico o commerciale o sociale o è un benvenuto in Calabria, spesso volgare e propedeutico al massimo a un potenziale sinistro dell’automobilista. L’acrilico è evidente: la promozione è naturalmente confortante, confortevole, più o meno ben prodotta, più o meno grossolana o sofisticata ma pur sempre simpatica, docile, attuale, innocente. Nel caso del tulle, è anche à la page. Il significato veicolato è principalmente valorizzante e premiante del soggetto che lo promuove. Ma una volta che ci avviciniamo a quella immagine e la guardiamo meglio, fino a tastarne la consistenza, ecco che ci accorgiamo dell’oscenità di quel tradimento e della gratuità di quello spreco. E questo ci ripugna.

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