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Corrispondenza tra lo stemma araldico di Gioia Tauro e uno scorcio cittadino. Una ipotesi.

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L’araldica, ovvero la scienza che studia e interpreta stemmi e blasoni, è complessa e tiene in conto molti fattori non solo strettamente figurali, come le vicende storiche al contorno di un blasone per come si presenta finito. Tuttavia in questa sede non mi interessa indagare il significato dei simboli che compongono il blasone della città di Gioia Tauro, sebbene sarà importante individuarli e riconoscerli. Quello che farò sarà tentare di restituire una suggestione trasmessa dalla lettura dello spazio tridimensionale reale in un periodo storico ben preciso che rimanda all’iconografia del blasone cittadino di Gioia Tauro. Insomma, andare a riconoscere nel blasone cittadino la schematizzazione in 2D di quello che è uno scorcio paesaggistico reale e preciso.

Sulla pagina istituzionale del comune di Gioia Tauro si legge: “Il Comune di Gioia Tauro ha, come segno distintivo, lo Stemma Civico, riconosciuto dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III con Decreto Reale del 4 settembre 1922 e trascritto nei registri della Consulta Araldica il 17 dicembre 1923”; quindi segue la sua descrizione “Di rosso, al palmizio affiancato da altri due più piccoli al naturale nutriti sulla campagna verde, sormontato da una stella d’oro. Lo scudo sarà sormontato dalla corona di Comune”. Molto recente, dunque, e totalmente dissimile da quello che lo ha preceduto, oggi leggibile solo presso la documentazione storica comunale consultabile presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria.

Uno studio scientifico serio vorrebbe la consultazione, quantomeno, del relativo fascicolo depositato presso la Consulta Araldica all’Archivio Centrale dello Stato (cosa in sé non difficile), quantomeno per avere certezza sulla data di inoltro, sul sindaco firmatario, sul perché di un nuovo blasone e sulle motivazioni addotte a quella scelta. Tuttavia, lo ripeto, di una suggestione sto adesso scrivendo.

Sempre dalla pagina ufficiale del Comune leggiamo che sindaco eletto dal 1921 è Francesco Starace Tripodi che, ritrovatosi potestà a seguito della legislazione fascista, concluderà poi il suo mandato amministrativo come tale nel 1930. A precederlo, invece, è stato Pietro Baldari, sindaco per ben otto anni dal 1913 al 1921.

Degno di nota è osservare come palazzo (Starace) Tripodi, palazzo Baldari e palazzo Sant’Ippolito, sede municipale, si trovano, in detta sequenza, l’uno accanto all’altro a formare una sorta di terrazzo continuo che dal punto elevato del centro storico, al tempo in buona sostanza coincidente con l’intero nucleo urbano, ha la visuale rivolta alla, allora rigogliosa, piana delle Macchie della Marina fino al mare Tirreno, a sud-ovest circa. A questo punto, la direzione del discorso è facilmente intuibile: Cosa si vede dal Palazzo guardando verso sud-ovest? A poco più di 100 metri in linea d’aria dai detti palazzi, sempre in direzione sud-ovest, subito oltre la sottostante mole di palazzo Giffoni il cui tetto ne copre parzialmente la visuale ma dalle cui finestre tutto è perfettamente visibile, c’era un giardino, oggi occupato da piazza Mercato col retrostante nuovo palazzo degli uffici municipali, nel quale svettavano, e tutt’oggi una svetta ancora, delle palme della specie Phoenix dactylifera, la stessa specie riconoscibile nel blasone municipale.

 

La tradizione orale cittadina ci riporta il menzionato giardino in proprietà di una delle sorelle di Starace Tripodi, cosa verosimile, se non altro perché in quel tempo, i primi del Novecento, a Gioia Tauro, sostanzialmente tutte le proprietà immobiliari che non appartenevano al nobile duca di Cardinale, appartenevano al borghese Francesco Tripodi, già di Palmi, già sindaco di Gioia, zio materno degli Starace Tripodi, appunto, dal quale ereditarono nome e tutto il resto. La stessa sorella, si tramanda sempre, avrebbe fatto piantare le palme di cui stiamo parlando pur non conoscendone il motivo, se motivo c’è stato.

Approfondiamo il discorso sulle palme. Dalla preziosa testimonianza fotografica consultabile presso il sito www.cartolinedigioiatauro.it, in particolare una foto datata al 1903, in corrispondenza del giardino si vede abbastanza chiaramente una palma fiancheggiata da quelle che sembrano due palme più piccole. Da una foto aerea panoramica non zenitale degli anni Cinquanta del Novecento, a fatica, si distinguono ancora i fusti di due palme, giunte alla nostra contemporaneità ma solo una sopravvissuta al Punteruolo Rosso.

 

Poco distanti da esse, a un livello leggermente inferiore, si riconosce una palma dalla folta chioma che sembrerebbe affiancata da altre due alte la metà, nella medesima composizione rilevata nella foto del 1903. Da una foto aerea zenitale del 1936, invece, interpretando delle sagome poco definite, si rilevano numerose palme disposte in diversi ordini.

 

Oltre le palme, negli Venti del Novecento, la piana costiera delle Macchie della Marina, rigogliosa del verde di prati e culture arboree basse, si estendeva fino a scomparire nell’azzurro del mare che si confondeva con quello del cielo d’occidente. Cielo che al tramonto però, allora come oggi, nell’accogliere la stella Venere, si tinge di sfumature del rosso.

La città è completamente stravolta rispetto al 1922, tuttavia dalla finestra nell’angolo sud occidentale dell’ultimo piano di palazzo Sant’Ippolito, schivando a sud il tetto di palazzo Giffoni, è tutt’oggi possibile scorgere la cima della palma superstite. Non è pertanto inverosimile poter supporre che il sindaco, probabilmente lo Starace Tripodi, volgendo lo sguardo all’ora del vespro alle palme stagliate tra il verde della campagna e il rosso del cielo sul quale andava sorgendo Venere, abbia tratto ispirazione per il blasone cittadino.

Ipotesi verosimile, ma pur sempre di ipotesi, lo ribadisco, si tratta. Una supposizione affascinante, pregna di messaggi e corrispondenze tali da non potervi più rinunciare e che non finiscono qui. Il caso è infatti il più grande dei complottisti e, nello stravolgimento del paesaggio, e nel migrare da una sede municipale all’altra, accanto a quelle palme si trova ora il nuovo il palazzo comunale che, dopo questa riflessione sulla genesi iconografica del blasone cittadino, allaccia una nuova, romantica, corrispondenza tra passato e presente.

Il 4 settembre prossimo il blasone municipale compirà cent’anni e ripristinare la composizione delle palme, nello stesso luogo in cui si trovavano quando hanno ispirato, se davvero lo hanno ispirato, il suo disegno, sarebbe un modo elegante per festeggiarne la ricorrenza.

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