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Ancora sul caso di Maria Rosa Ruggero

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Questa voce fa parte 2 di 2 nella serie Maria Rosa Ruggero

(Continua)

In effetti, sul caso di Maria Rosa Ruggero ci sono altri due documenti oltre a quello citato. In uno, contenuto in un fascicolo datato 12 ottobre 1945 dal titolo “Violenze commesse da tedeschi e fascisti durante la loro dominazione” e compilato dall’Ufficio Servizio della Legione territoriale dei Carabinieri Reali di Catanzaro, viene riferito quanto segue:

alcuni militari tedeschi, per capriccio, esplodevano diversi colpi di moschetto contro Ruggero Maria Rosa”.

Non mutano gli orari, la data, le generalità della donna e i testimoni ma viene aggiunto il particolare del capriccio.

In un altro documento invece, datato 22 gennaio del 1944 e proveniente dal Comando Arma Carabinieri Reali dell’Italia Liberata e rivolto allo Stato Maggiore Regio dell’Esercito, Reparto Sezione Propaganda, viene scritto quanto segue:

verso le ore 5 del 12 agosto 1943 Ruggero Maria Rosa vedova Vocisano, mentre transitava nell’abitato di Scido, fu fatta segno a fucilate sparate da militari tedeschi, riportando ferite guaribili in giorni 12”.

In questo caso viene aggiunto un particolare biografico su Maria Rosa (e cioè che era vedova, ma questo non ci interessa) viene spostato di un’ora l’accaduto (e questo nemmeno ci interessa) viene spostato il luogo dell’accaduto (da Delianuova a Scido) e viene curiosamente riferito che la donna riportò lievi ferite, particolare che la Ruggero invece non dichiara nella sua denuncia.

Quindi, in definitiva, in maniera apparentemente arbitraria, una scaramuccia viene trasformata in un omicidio e quest’ultimo, per una interpretazione postuma dovuta in sostanza a un accordo tra governo italiano e governo tedesco, in una strage. Non sono riuscito a identificare il bug euristico che ha ingannato la persona che ha svolto la ricerca precedente. Oggettivamente, nei testi consultati e riportati come fonte, non mi pare che vi sia alcun appiglio che poteva dare adito a un equivoco. Tanto più se penso che la dichiarazione di Maria Rosa è contenuta nella stessa busta in cui vi sono gli altri documenti citati nella fonte, che parla del fondo N 1/11 e della busta 2135 (in realtà la busta era la 2133, ma questa può essere una semplice svista).

La cosa significativa è che vi sono stati altri episodi avvenuti per mano tedesca, sempre nel reggino, che non sono stati finora adeguatamente evidenziati e che potrebbero entrare nel novero delle stragi naziste – e di ciò ne renderò conto in altri articoli.

Questa vicenda stuzzica altri temi importanti, che qui lascerò sullo sfondo perché hanno delle implicazioni filosofiche che ci porterebbero lontano da Contrada Calvario, e che sono relativi al farsi vero di ciò che è scritto, solo in quanto scritto e pubblicato e alla facoltà di emendare una presunta verità documentale. Quest’ultimo è senza dubbio uno dei punti di forza di internet ed è uno strumento di altissima democrazia ma dall’altra parte consente una circolazione di notizie vere fino a prova contraria. Come se il testo scritto si avvalesse di una presunzione di innocenza, o di verità, quando in realtà dovrebbe valere una presunzione di colpevolezza qualora si volesse garantire un principio di aderenza alla realtà (ovviamente, ciò varrebbe anche per i documenti consultati, quindi si aprirebbe a ritroso una spirale infinita).

Dopo questi accenni, vorrei ipotizzare quello che è successo quel giorno in contrada Calvario, in base alle testimonianze reperite. Vi sono infatti altri episodi accaduti a distanza di poche ore nella stessa area.

Andiamo con ordine.

Il 22 settembre del 1943, il giorno dopo la denuncia di Maria, si presenta alla stazione dei carabinieri di Delianuova Francesco Italiano, di anni 57, di Delianuova, che dichiara che il 6 agosto precedente, verso l’ora di pranzo, alcuni militari tedeschi gli rubarono sotto minaccia a mano armata una scrofa dal valore di 10.000 lire. Stessa cosa accade a Maria Antonia Costantino, cinquantenne di Scido, che lo stesso giorno della deposizione di Giuseppe va dai Carabinieri e denuncia anche lei il furto di un maiale, avvenuto lo stesso giorno e a distanza di mezz’ora dal furto precedente. In questo caso viene aggiunto il particolare di una macchina con cui i tedeschi hanno raggiunto l’abitazione, segno che forse sapevano già dove trovare il bottino. Altre denunce contro i tedeschi in quei giorni riguardano il furto di cibo, un pestaggio di due persone a Sitizano e l’uccisione di cinque maiali a opera di un tenente che si era messo a fare il tiro a bersaglio nell’abitato di Scido.

Un fatto curioso riguarda il furto di una macchina appartenente al veterinario Francesco Papalia, avvenuto il 19 agosto a Delianuova, proprio mentre l’uomo stava uscendo dal suo garage per recarsi al lavoro (segno che forse i tedeschi si erano appostati). Papalia fu curiosamente vittima del medesimo furto il 13 dello stesso mese: in quell’occasione si trovava sulla sua auto insieme al dott. Lelio Leuzzi, farmacista di Delianuova, e aveva forato una ruota nella strada che collega Delianuova a Cosoleto. I due erano andati a chiedere aiuto per ripararla. Al ritorno videro i tedeschi portargli via le ruote, altri ingranaggi e circa due quintali di patate che avevano in macchina. Dopo aver fatto denuncia, Papalia insieme a un rappresentante dell’Arma piantonò la macchina per tutta la notte per paura che i tedeschi completassero il furto. Il mio sospetto (tutto narrativo, sia chiaro) è che il secondo furto dell’auto da parte dei tedeschi sia stato un dispetto per punire Papalia del polverone che sollevò in occasione del primo furto.

Tornando a noi, il 12 agosto successe un altro episodio. Ce lo racconta il diretto protagonista, di nome Giuseppe Spadaro, di 54 anni, che in una denuncia fatta sempre lo stesso giorno degli altri suoi compaesani, cioè il 22 settembre (forse avevano preso coraggio ed erano andati tutti insieme dai carabinieri?) dichiara che alcuni militari tedeschi avevano sparato diversi colpi di pistola al suo indirizzo, ferendolo a una gamba e tenendolo poi prigioniero per circa 12 ore presso il loro accampamento, situato sempre vicino Contrada Calvario. Secondo un altro resoconto, verso le 18 Giuseppe Spadaro sorprese dei militari tedeschi a rubare verdura dal suo orto. Protestò e uno dei militari gli sparò alla gamba, provocandogli ferite guaribili in dieci giorni.

Probabilmente Giuseppe aveva esagerato con le proteste, questo innervosì i tedeschi che decisero di fargli assaggiare il brivido della paura, ferendolo lievemente e tenendolo poi prigioniero per una notte nel loro accampamento. Poche ore prima rispetto a quanto accaduto a Giuseppe, sempre nella stessa Contrada, Maria Rosa veniva fatta oggetto dei colpi di moschetto. È probabile che siano stati forse gli stessi soldati a prenderla di mira, per capriccio, per un perverso modo di ingannare il tempo, perché l’agitazione tra le truppe stava cominciando a serpeggiare, così come la diffidenza nei confronti degli italiani (circa tre settimane dopo i fatti narrati gli americani sarebbero sbarcati in Calabria. A contrada Calvario ci sarebbero arrivati nel pomeriggio del 5 settembre).

Oppure, semplicemente, si trattava di un gruppo di soldati che aveva fame e paura.

Nulla che faccia pensare a vere e proprie stragi o omicidi, e senza che ciò sia interpretato come un’indulgenza nei confronti dell’operato politico, militare e ideologico tedesco (ribadisco: altri atti particolarmente efferati di verificarono per mano tedesca nella provincia reggina, dalla strage di Rizziconi ad altri episodi ancora non emersi con sufficiente risalto).

Tutto può essere, tranne l’unica cosa che è stata scritta, e cioè che quel giorno si consumò un omicidio nei confronti di una donna.

In conclusione, che ne è stato di Maria Rosa? Questa donna, dopo essersi affacciata sul palcoscenico della Storia illuminata dal sole caldo di un pomeriggio di agosto, sembra essersi dileguata tra le pieghe della Grande Narrazione.

Ed è esattamente in questo confine tra l’oblio e il possibile che la narrazione non può farsi altro che narrativa.

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