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Dal Corriere delle Dame a Peaky Blinders

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Oltre all’Ernani di Verdi, l’episodio scatenante che fece del cappello alla calabrese un capo di abbigliamento talmente significativo che, come vedremo, costrinse le Autorità a intervenire, fu la morte di Giandomenico Romeo, avvenuta in Aspromonte nel settembre del 1847. Il nome di quest’uomo è conosciuto solo dagli esperti di storia del Risorgimento, ma in realtà quello che egli scatenò in quei mesi costituisce, per molti studiosi, il prologo delle rivoluzioni del 1848.

Tutto inizia i primi di settembre del 1847 quando, dopo mesi di preparativi e dopo un fallito tentativo insurrezionale a Messina, circa cinquecento uomini prendono baionette e coltelli e si danno appuntamento a Reggio Calabria, decisi a chiedere ai regnanti borbonici una Costituzione. L’ultima volta che qualcuno aveva fatto una richiesta simile ai Borbone era finita molto male, per cui la rivendicazione aveva il sapore di una vera e propria provocazione per rovesciare il potere costituito.

A differenza di Messina, l’azione di Reggio ebbe un esito positivo, e gli insorti riuscirono a conquistare anche diverse contrade e alcuni paesi. In città si insediò un governo provvisorio presieduto dal canonico Giuseppe Pellicano. Gli organizzatori della rivolta erano stati i fratelli Domenico e Giannandrea Romeo, appartenenti a una famiglia di proprietari terrieri di Santo Stefano d’Aspromonte (un paese a pochi chilometri da Reggio). Insieme a loro c’erano i reggini Antonino e Agostino Plutino, Casimiro De Lieto e altri. Tuttavia la controffensiva non tardò ad arrivare, e da Napoli in poco tempo arrivarò una squadra navale che iniziò a cannoneggiare la città di Reggio. Furono inoltre fatti degli arresti, mentre Giandomenico Romeo fu ucciso il 15 settembre in Aspromonte.

Sull’uccisione di Romeo si è scritto molto a livello locale, perché a ucciderlo fu una guardia di Pedavoli di nome Antonio Italiano, soprannominato Mugnì, che fu a sua volta ucciso durante la sparatoria che ne seguì. A seguito di questo episodio, il 15 ottobre del 1847 il comune di Pedavoli fu insignito dello status di Capoluogo di circondario e alla moglie del Mugnì venne fornito un vitalizio. Va anche detto che alla morte di Romeo ne seguì la sua decapitazione e la sua testa fu esposta per due giorni nel cortile di un istituto di pena, infilzata a un’asta. L’episodio destò scalpore e indignazione anche oltre i confini borbonici, a tal punto che, si dice, il nome di Mugnì fu inserito apposta come autore dell’omicidio di Romeo proprio per nascondere e proteggere i due reali responsabili dell’assassino di Romeo, che secondo alcuni storici furono De Marte e Germanò, i due capiguardia. A Milano la notizia suscitò reazioni più commosse che in altre parti, e vendicare i fatti di Calabria divenne una parola d’ordine per molti patrioti. Lucio Villari ci racconta che:

Molte signore di Milano per solidarietà con i calabresi insorti e poi condannati risposero alle notizie drammatiche dal Sud con un gesto gentile e con il linguaggio apparentemente frivolo della moda. Il giornale Corriere delle Dame già nel dicembre 1845 aveva pubblicato, suscitando la loro curiosità, il disegno di cappelli alla calabrese, cioè a forma di cono, di feltro grigio o nero, adorni di nastri di velluto e di bottoni, adatti per i fanciulli. Era una specie di citazione folkloristica dei terribili «briganti» di strada. (…) Dopo gli avvenimenti di Reggio Calabria il cappello alla calabrese fu adottato dalle signore milanesi come segno patriottico, al punto che nel febbraio 1848 il governatore di Milano lo proibì con un decreto.1

Attenzione, perché questo passaggio della proibizione è fondamentale: tale intervento legislativo (firmato dal barone Carlo Giusto de Torresani Lanzenfeld, direttore generale della Polizia di Milano dell’Impero Asburgico già dal 1822, noto per essere persona zelante ma non vendicativa) produsse infatti come effetto una modifica del cappello che, per poter essere indossato, fu privato della punta conica e fu appiattito a cilindro, mentre alcuni dicono che fu solo allora che fu alzata la tesa da un lato. Anche questo aspetto è interessante e conferma ancora una volta che il vestito è un fatto culturale e sociale e che, ancora una volta, l’abito fa il monaco.

Il cappello viene dunque sdoganato anche a Milano (città già allora molto sensibile alle questioni di stile) e molti insorti lo useranno durante le Cinque giornate. Leggiamo le testimonianze dirette di Carlo Cattaneo:2

Il nostro foco era dunque lento e raro, ma micidiale, mentre il nemico, ridondante d’armi e munizioni, e manifestamente sgomentato, prodigava il suo, cacciando le palle di cannone a fracassare fin presso al tetto balconi e finestre. Intorno alle barricate, i ragazzi facevano mille burle al nemico, sviando il suo foco sopra qualche gatto, o qualche cappello calabrese confitto sopra un manico di scopa, e dando così agio ai nostri d’appostarlo con maggior sicurezza.

(…) Il pittore Borgo Carati che più tardi vi si cimentò, ebbe a ritornare col suo cappello calabrese forato da due palle, senza potervi peranco riescire.

Il nemico, avvezzo a dileguarsi alla vista dei cappelli calabresi, senza dubbio provò un gran ristoro alla prima vista delli spallini d’argento. Le cose però non andarono sempre così. La pasta del soldato italiano è buona; e il nemico era veramente avvilito. Ma appena ebbe raccolto di che sfamarsi, ed ebbe soccorso da’ suoi, e vide la dappocaggine che guidava la guerra italiana, egli tentò e ritentò finchè vinse.

Carlo Canella, “Barricate a Porta Tosa”, 1848, particolare.

 

Baldassarre Verazzi, “Episodio delle Cinque giornate” (dipinto databile presumibilmente prima del 1866), Museo del Risorgimento, Milano.

Dopo le Cinque giornate milanesi il cappello alla calabrese divenne un simbolo universalmente riconosciuto, tanto è vero che già ad aprile sbarcò in Germania e in Austria e divenne un simbolo di altre rivolte – in Germania divenne famoso come kalabreser o cappello alla Hecker, dal nome di Federico Hecker, un importante rivoluzionario che si definiva letteralmente “socialdemocratico” già nel 1847. Quest’ultimo pare lo indossasse con una penna di gallo rossastra al nastro, con falde ancora più larghe e flosce.

 

Friedrich Hecker con il “Kalabresen” in testa.

La definitiva consacrazione del cappello alla Ernani, o alla calabrese, si ebbe infine nel 1859, quando Hayez decise di vestire con questo cappello il giovane misterioso che si concede un furtivo bacio con una fanciulla.

Quel dipinto, che simboleggiò la conquista della tanto sospirata unificazione, dettò le mode estetiche e comportamentali di intere generazioni di prototeenager dell’epoca. Quel cappello fu dunque l’equivalente delle Dr. Martens negli anni Settanta o del giubbotto in pelle degli anni Cinquanta o delle minigonne negli anni Sessanta.

Un simbolo di ribellione, di seduzione, di rivoluzione. Un simbolo per niente desueto se pensiamo che una delle serie tv più diffuse attualmente, cioè Peaky Blinders, basa la propria popolarità sull’abbigliamento e, in particolare, sul copricapo, che costituisce il più importante segno di appartenenza alla gang inglese protagonista della serie. Si realizza così uno degli effetti più distonici della globalizzazione, cioè importare un modello estetico in un luogo che tale modello lo ha inventato o, in ogni caso, preceduto (peraltro con conseguenze storiche molto più importanti di quelle generate dalla gang inglese).

Come tutte le estetiche rivoluzionarie, il cappello alla calabrese fu ben presto anestetizzato: così come oggi, nei fine settimana, si vedono imbolsiti impiegati andare incolonnati in moto per le strade di paese conciati come degli Hell’s Angels, anche il cappello alla calabrese fu visto comparire persino sulla testa di Re Vittorio Emanuele durante alcune sedute di caccia. Nel corso degli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia il processo di normalizzazione si è articolato sempre di più fino al punto che il cappello è stato ripreso dagli Alpini che ne hanno realizzato un adattamento. Per quanto riguarda il copricapo dei Peaky Blinders invece diverrà presto  – o è già diventato – un capo di moda da sfoggiare in quelle (si spera sempre più numerose) occasioni invernali in cui saranno concessi assembramenti.

La storia e l’evoluzione di questo capo ricorda l’emblematica parabola delle magliette con il volto di Che Guevara (prima simbolo di rivoluzione e poi feticcio consumistico) e struttura ulteriori racconti su come si costruisca una moda, su come raggiunga un massimo di popolarità e su come poi, qualora la sua manifestazione si dovesse riveleare disturbante o dissenziente, venga in seguito riformulata in chiave normalizzante e accettabile.

Questa storia dimostra altresì, come anticipato all’inizio di questo articolo, di come l’abito faccia il monaco, e di come sia esso stesso a darci voce, rendendoci niente altro che semplici fantocci nelle mani di ventriloqui.

 

 

1 Lucio Villari, “Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento”, Laterza 2013.

2 Carlo Cattaneo, “Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra”, Lugano, Tipografia della Svizzera italiana, 1849.

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