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Dante e la Calabria. Una traccia decostruttiva.

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Da qualche anno a questa parte si assiste a un fiorire di giornate in ricordo di un fatto o di una particolare categoria al cospetto dei quali tutti noi siamo in qualche modo obbligati a darne testimonianza e conto, come se fosse un problema necessariamente nostro, che parte dal privato e ricade sul pubblico. Ciò si traduce nel dover parlare di un determinato tema o di una determinata categoria di persone, nel farne un discorso quotidiano, anche se in effetti non si ha nulla da dire a riguardo. L’invenzione delle giornate della memoria è l’elemento più emblematico di ciò, come se il calendario gregoriano fosse diventato un’agenda di appuntamenti in cui bisogna quotidianamente ricordarsi di interessarsi a qualcuno o a qualcosa. Il fenomeno non è del tutto nuovo, una volta il calendario era costituito da una processione di Santi da omaggiare ogni giorno. La migrazione dall’obbligo del ricordo del Santo all’obbligo del ricordo di una categoria di persone è testimonianza della trasformazione iperlaicistica della nostra società, e questo vale come mera constatazione.

In seno a questa constatazione, va specificato che vi sono anche gli anniversari annuali, per esempio la morte di un autore o di un personaggio importante. Anche in questo caso è curioso notare come si festeggi l’opera di un autore proprio dall’anno in cui quest’ultimo ha cessato di esserlo, cosa che di per sé può risultare paradossale. Uno degli esempi più emblematici di questo paradosso è l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, avvenuta nel 1321.

A livello locale mi è capitato infatti di leggere diversi articoli in cui, in occasione dei 700 anni della morte del Sommo Poeta, si sciorinano testimonianze, terzine, riflessioni sui legami di Dante con la Calabria. Come se ciò in qualche modo ci nobilitasse, ci facesse sentire immersi beatamente nel grande stream of consciousness della cultura pàtria.

Le testimonianze di questi presunti legami in sostanza partono da un famoso saggio di Stanislao de Chiara scritto nel 1894 dal titolo “Dante e la Calabria”. In questo saggio, De Chiara elenca gli autori locali che si erano occupati fino ad allora della “Divina Commedia”, le traduzioni in dialetto, i personaggi e i luoghi calabresi presenti nell’opera e i termini locali presumibilmente citati da Dante nelle sue terzine.

Per quanto riguarda l’ultima parte, De Chiara si concentra su un testo di un filologo toscano di nome Apollo Lumini, che aveva scritto un’opera dal titolo “Sul Dialetto calabrese nella Divina Commedia” in cui riportava 59 termini calabresi presenti nel capolavoro dantesco. I termini citati dal Lumini in realtà possono benissimo far parte della lingua dominante del Regno senza che facciano per forza parte di una parlata strettamente calabrese. De Chiara però non si pone molti scrupoli filologici, preso com’è dall’entusiasmo della presunta scoperta di un Dante “calabrese” e, nonostante la dura realtà del testo gli dimostri il contrario, egli continua a incaponirsi sulla sua tesi. Emblematico è il termine “jumara”, citato dal Lumini, ripreso da De Chiara ma riportato da Dante come “fiumana” (è De Chiara stesso a evidenziarlo, dissociativamente).

La cosa curiosa è che proprio nel passaggio in cui un legame c’è, indubitabilmente, ecco che allora l’autore complica le cose. L’esempio che ho trovato è molto significativo, ed è quello dell’VIII canto del Paradiso, alla terzina 61-63. In quel caso, Dante chiede a Carlo Martello chi egli sia, e l’uomo risponde elencando i confini del Regno del quale, se fosse stato vivo, sarebbe stato il Sovrano:

E quel corno d’Ausonia che s’imborga/

di Bari di Gaeta e di Catona,

là ove Tronto e Verde in mare sgorga

Considerando che il Tronto e il Verde, cioè il Garigliano, delimitano i confini dell’allora Regno di Napoli a Nord, e che nelle carte del tempo l’Italia meridionale era disposta a forma di falce o di corno, con la Puglia e la Calabria quasi parallele; considerando che Gaeta, Bari e Catona erano imborgati, cioè ornati di castelli, cioè erano delle fortezze militari situate ai tre angoli del Regno e considerando che nel 1282 Carlo I aveva adunato le sue navi proprio a Catona per dare l’assalto agli insorti siciliani durante le giornate dei Vespri, non ci sono ulteriori motivi per contestare il fatto che quel Catona fosse effettivamente il centro nei pressi di Reggio. De Chiara però, servendosi di alcuni codici in cui il termine “Catona” era tradotto con “Crotona”, sostiene invece la tesi che il Sommo Poeta stesse parlando di Crotone e non di Catona, ignorando il fatto che all’epoca di Dante il termine con cui si designava la città era probabilmente ancora quello greco, e quindi Kroton. 

Ora, vero è che Dante cita altri due personaggi appartenenti alla cultura calabrese, uno dei quali era Gioacchino da Fiore, che già allora era reputato tra i massimi interpreti dell’escatologia cristiana. Ma è altrettanto vero, a mio avviso, che il tentativo di De Chiara di appropriarsi di un legame che non c’è è emblematico di una sudditanza culturale post-unitaria e di un desiderio di legittimazione politica e culturale tipici di chi sente di appartenere a una classe subalterna.

La citazione di questo testo di De Chiara non è ozio filologico. Dato che questo è il testo che, oggi, viene citato quando si affronta l’argomento dei rapporti tra Dante e la Calabria, mi sembrava opportuno stabilire una iniziale traccia decostruttiva in modo da evidenziare questo riverbero di inadeguatezza culturale che evidentemente ancora ci accompagna.

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