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Un incontro tra due fiabe: del Guerrin Meschino e della Sibilla.

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Una delle favole che un tempo venivano raccontate ai bambini, qui dalle nostre parti – cioè nel versante tirrenico dell’Aspromonte, riguardava le gesta e le imprese del Guerrin Meschino. Non si trattava tanto di vere e proprie fiabe, quanto di evocazioni di un personaggio che, in un tempo lontano, si era reso protagonista di incredibili vicende. In particolare. si raccontava che, a un certo punto del suo peregrinare, Guerrino si recò nel monastero di Santa Marina, nei pressi di Delianuova, e qui incontrò la Sibilla1. Anche in questo caso bisogna dunque fare i conti con il grado di verità che queste imprese del Guerrino contengono. Bisogna in altre parole prendere sul serio la fiaba.

Cerchiamo di tracciare questa linea di confine in cui la fiaba diventa realtà, e la realtà diventa fiaba.

“Il Guerrin Meschino” è un’opera cavalleresca scritta plausibilmente intorno al secondo decennio del 1400 da Andrea da Barberino. Il nome completo di quest’ultimo era Andrea di Iacopo di Tieri de’ Mangiaborti da Barberino. Nacque intorno al 1370 e mori, secondo molte fonti, intorno al 1432. In vita si sposò tre volte ed ebbe probabilmente dei figli ma si presume non gli siano sopravvissuti, avendo Andrea lasciato la sua eredità al nipote Andrea di Giovanni di Francesco.

“Il Guerrin Meschino” non fu il titolo originale assegnato all’opera, che ha avuto una impressionante sequela di ristampe, arbitrarie riscritture, censure, omissioni, cambi di titoli. È ragionevole pensare che il titolo originario fosse “Guerrino da Durazzo” ma non ve ne è prova sicura. A testimonianza invece della quasi impossibilità di definire un’attribuzione testuale certa, basti pensare che del “Meschino” sono stati individuati dodici incunaboli, diciassette manoscritti e sedici cinquecentine2. Pare che la prima stampa dell’opera sia avvenuta a Padova nel 1473 ma ancora una volta bisogna procedere con cautela prima di stabilire delle date precise. Quello che è certo, è che l’opera ha avuto un successo incredibile soprattutto tra i ceti popolari: da una prima diffusione fiorentina, si è propagata nelle zone limitrofe, nella zona emiliano-romagnolo-veneta, e quindi nel meridione aragonese, divulgata probabilmente dai mercanti fiorentini. Da qui probabilmente si è diffusa nel Regno fino a giungere in Calabria e, quindi, in Aspromonte. Delle gesta del Guerrino se ne impadronì il teatro dei pupi siciliano, e si sa che fu tra le letture preferite dagli emigranti italiani del primo Novecento (pare che un emigrato italiano, Domenico Tumiati, scrisse un dramma all’epoca molto popolare in Argentina).

Nell’opera si narrano le gesta di Guerrino. Egli era figlio di Milone d’Aspromonte, Signore di Durazzo, che, fatto prigioniero insieme alla moglie dai Turchi, aveva fatto mettere in salvo il protagonista quando era ancora bambino. Il giovane, con l’età adulta, si fa notare per il suo valore ma nel contempo vive il dramma di non conoscere quali siano le proprie origini – per questo egli è meschino. Così, decide di andare in cerca dei genitori: inizia dunque un viaggio epico che porta Guerrino a vivere incredibili avventure in tante parti del mondo allora conosciuto. Alla fine, il valoroso ragazzo riesce a trovare i propri genitori e a ricongiungersi con la moglie Artemisia, con la quale trascorrerà il resto della vita in pace e serenità.

Il libro che in questa sede ci interessa è il Vº, poiché vi si narra dell’incontro di Guerrino con la Sibilla. In questo libro il giovane, attraversato lo stretto di Messina, arriva a Reggio. Qui entra in contatto con degli sconosciuti che gli indicano la via per raggiungere la profetessa. Per Guerrino è importante incontrarla perché lei potrebbe avere notizie dei genitori. Leggiamo, alla fine del IVº libro:

E da Messina (Guerrino, N. d. R.) passò il Farro e venne a Reggio di Calavria, la quale città fu fatta da una città ch’era giu nel piano a ppiè di Reggio che ssi chiamò Risa; ma gli Africani al tempo d’Agolante la disfeciono: e però fu fatto Reggio. Ed era allora tutta murata di nuovo. E stette a Reggio V giorni domandando di questa Sibilla, e fugli detto ch’ell’era nell’alpi d’Appenino nel mezzo d’Italia, sopra a una città chiamata Nocea. Alcuni dicono ch’ella si chiamava Norcia, ma in tutto questo libro la truovo scritta Nocea”.

In questo passaggio mi interessano tre aspetti. Il primo è il riferimento al Ciclo carolingio e alla “Chanson D’Aspremont”, contenuto nel riferimento ad Agolante, Re dei Mori. Il secondo è il riferimento a Risa, ulteriore e palese testimonianza che l’opera si rifà all’epopea normanna, poiché Risa era il nome di Reggio sotto i normanni. Il terzo è il riferimento a Norcia, che per diversi secoli è stata confusa con Norcia in Umbria ma che invece secondo alcuni storici sembra essere Lucera, in provincia di Foggia (chiariamo inoltre che quando l’autore scrive “(…) ma in tutto questo libro la truovo scritta Nocea (…)” intende riferirsi al libro fittizio da cui ha dichiarato, all’inizio del romanzo, di riportare la storia di Guerrino). Nuceria o Norcia, queste le attestazioni medievali del nome dell’odierna Lucera, era il luogo dove Federico II deportò e concentrò tra il 1224 e il 1246 i saraceni che si rifiutavano di sottostare al Trono, creando di fatto una vera e propria enclave saracena nel Regno, cosa che rendeva il luogo una sorta di “refugium peccatorum”.

All’inizio del Vº libro, Andrea ci racconta che:

Sendo Guerrino nella città di Reggio e domandando certe persone dov’era questo monte della Sibilla, s’aboccò con uno vecchio uomo el quale gli disse in sulla piazza di Reggio, in presenza di certi forestieri ragionando, ch’e Ili aveva uno libricciuolo che parlava di questa Sibilla, e come due v’erano andati. E l’uno non vi volle entrare, e ll’altro non tornò mai; e cche quello che tornò disse che Ile montagne erano grandi e non si abitavano per li grandi dirupamenti che gli sono; e cche Ile montagne dov’è la savia Sobilla sono nel mezzo d’Italia, dove possono tutti e venti perché egli è molto alto luogo, e dicesi che già vi figliavano e grifoni. E disse che Ila piu presso città che vi sia si chiama Nocea, e in parte insegnò la via al Meschino. Ed egli si parti da Reggio di Calavria. E adomandando passò le montagne d’Aspremonte per la Calavria e venne alla città di Nocea, la quale ène nell’alpi in mezzo alle grandi montagne d’Appennino”.

Guerrino dunque attraversa l’Aspromonte e si dirige verso la presunta Lucera. Qui incontra un oste, di nome Anuello, che risponde come può alle richieste del ragazzo di incontrare la Sibilla. Succede però che un giorno Guerrino si reca nella piazza della città e, proprio come accaduto a Reggio, incontra degli sconosciuti che lo aggiornano sulla presenza di un romitorio. Vale la pena leggere il passo intero:

Essendo poi in sulla piazza, s’accostò con certi forestieri; e parlando insieme, domandavano l’uno l’altro di certi paesi. E Guerrino, per sentire ragionare, cominciò a dire de’ fatti d’incantamenti e delle fate. E parlando d’una cosa e d’un’altra, e uno di loro disse: “Nell’alpi di questa città ho io udito dire che c’è la savia Sibilla, la quale fu si vergine nel mondo ch’ella credeva che Dio scendesse in lei. Quando incarnò in Maria Vergine, e per questo la Sibilla si disperò, ed è giudicata per questa cagione in queste montagne”.

Ecco, questa storia che gli sconosciuti raccontano a Guerrino è la medesima leggenda presente nell’area aspromontana, comune ad altre aree della Calabria e, secondo alcuni storici, della Puglia. Tra l’altro, secondo quello che ci dice Corrado Alvaro3, la Chiesa di Polsi, in Aspromonte, nasce proprio davanti all’antro della Sibilla, a opera dei Monaci provenienti dallo scomparso monastero di Santa Marina, presso Delianuova, per poterla distogliere dal suo tentativo di provocare la fine del mondo, tentativo dovuto alla sua riluttanza e alla sua rabbia per non essere stata preferita a Maria.

Ma andiamo avanti:

Disse el Meschino per meglio intendere: “O questo chi puòe sapere?”. Rispose un uomo antico della città che s’era fermo a udirgli parlare, e disse verso Guerrino: “O gentile uomo, egli è vero quello che dice costui, che ila Sobilla ène in questa nostra montagna, imperò che io mi ricordo venire tre giovani in questa terra che v’andarono: e due tornarono, e ll’altro non tornò mai. Ben è vero che quelli due dissono che non n’anelarono se non per insino a uno romitoro che v’è presso a due miglia, e non vollono andare piu i-llà per gli grandi dirupamenti che vidono e che avie no trovati imprima, e per li spaventevoli luoghi che parea che vi fusse, e perché e romiti molto gli spaventarono. E ora odo dire che vi stanno tre romiti”.

Guerrino decide dunque di partire verso il romitorio insieme ad Augello, che si offre di accompagnarlo. Qui incontrano i tre romiti, che catechizzano il giovane su come dovrà comportarsi con la Sibilla. Guerrino li ringrazia, si inoltra nelle gole della montagna e cammina fino a raggiungere l’antro (non senza avere fatto prima qualche avventuroso incontro). La storia di Andrea procede parallelamente alla leggenda popolare locale, in cui si dice che Guerrino si recò dai monaci di Santa Marina per parlare con la maga.

A questo punto la storia si fa a tratti divertente, perchè Guerrino è convinto che la Sibilla sia una sola, e in più esordisce davanti alla profetessa facendo dei riferimenti alla storia che gli sconosciuti di Lucera gli hanno raccontato, riguardanti i rapporti tra la Maga e la Vergine Maria, ma è la Sibilla stessa a erudirlo sulla questione:

Messer Guerrino, el tuo senno non è perfetto come io credeva: chi è colui che tti mostra questo che ttu hai detto? Io voglio che ttu sappi el mio nome: io fui chiamata da’ Romani Cumana perch’io nacqui inn una città di Campagna chiamata Cuma. E stetti al mondo, innanzi ch’io fussi giudicata in questa parte, MCC anni, imperò che quando Enea venne in Italia, io lo menai per tutto lo ‘nferno, e aveva allora C(?)CC anni. E vissi dappoi, bench’io sia ancora viva, ma stetti al mondo al tempio d’Apollo nell’isola di Delfo V cento anni, insino al tempo di Lucanio Brisco Tarquino, el quale fue per antichità da Corinto. E nel suo tempo mandarono e Romani a domandare legge, ed io mandai loro IX libri di leggi. E in quello tempo per mia scienzia adomandai di stare in questa vita tanto quanto el mondo dèe durare e che ‘l diritto Giudice verrà a giudicare. Quella Sibilla che ttu vuoi dire si ebbe nome Albunea e fue l’ultima – e nacque inn una città di Soria detta Albaturia -, perché le Sobilie sono state X, e Ila piu perfetta ebbe nome Eritea”.

Andrea quindi mette in bocca alla Sibilla una classificazione fatta da Varrone, consistente in un elenco di dieci diverse Sibille. La Sibilla Cumana dunque non è la Sibilla Albunea, che invece è la maga delle tradizioni popolari calabresi ed equivale alla Sibilla Tiburtina, l’unica che ha un ruolo di fondamentale importanza nel mondo latino in relazione all’oracolo dell’avvento del Cristianesimo. Questo passaggio è molto importante perché è qui che la realtà narrativa dèvia dalla tradizione popolare locale. In quest’ultima infatti si narra che il romitorio era quello di Santa Marina, e che il Guerrino si recò lì per incontrare la profetessa. Ma se si legge il testo scritto da Andrea da Barberino in realtà l’incontro è avvenuto in un altro luogo narrativo e con un’altra Sibilla.

La Sibilla Tiburtina infatti è, tra le dieci, quella che più di tutte presenta delle forti resistenze a una precisa ricostruzione in termini di storia della mitologia. C’è poi un passaggio significativo in cui la Sibilla, dopo avere esordito chiarendo ancora una volta che lei non è la Sibilla Tiburtina, ma è la Sibilla Cumana (“E però non credere piu che io fussi quella che ttu dicesti“) , nel cap. XV del libro Vº aggiunge:

“(…) Quello era, nella vita in che tu ssè ora rue al mondo, un piccolo signore in queste nostre montagne di Calavria ed era il piu superbio uomo del mondo e pieno de’ sette peccati mortali“.

In queste nostre montagne di Calavria” potrebbe far credere che, allora, la Sibilla si trovava effettivamente in Calabria, e non a Nucera, contraddicendo quanto detto fino a poche pagine prima. Oppure, più plausibilmente, si riferisce al fatto che allora la Puglia era chiamata Calabria; però la parte di Puglia che veniva chiamata Calabria era la Penisola salentina e non la Daunia.

In ogni caso, Andrea sembra fare confusione: ambienta la storia a Lucera ma riferendosi a una leggenda calabrese. Parla con la Sibilla Cumana pensando che sia la Sibilla Tiburtina. Mette in bocca alla Sibilla il termine ‘Calavria’ indicando un’area che potrebbe essere la Daunia o l’attuale Salento o l’attuale Calabria.

La fiaba calabrese sembra ristabilire (o prestabilire) ordine nella confusione che fa Andrea. Preesiste infatti alle gesta di Guerrino, ed è tutta concentrata su un potente conflitto tra un culto cristiano e uno pagano che ha radici nella tradizione protocristiana e giudaico-greca secondo alcuni, forse ancora più in là, secondo altri, e relativi a una arcaica cultura matriarcale italica pregreca, e al momento non sappiamo se questi sussurri siano reali o siano delle allucinazioni sonore.

In questo conflitto, con aria trasognata e cavalleresca, passa inconsapevole il nostro Guerrino, in un registro letterario che già all’epoca di Andrea da Barberino era oramai tutto codificato e forse eccessivamente stilizzato. Eppure la fiaba cerca di cannibalizzare la letteratura, le restituisce autenticità antropologica, prendendo questo impavido guerriero e mettendolo a tu per tu con dei monaci basiliani, fino a creare un curioso effetto straniante: nel libro Vº, Guerrino parla alla Sibilla con candore di una storia enormemente più grande di lui: per un attimo solleva il coperchio del vaso di Pandora. Letteralmente, o letterariamente, non si rende conto di cosa sta dicendo.

Paradossalmente, è la Sibilla stessa a farglielo notare, mettendolo a tacere.

1 Per un approfondimento su Santa Marina nelle tradizioni popolari deliesi: https://www.aldiladellostretto.com/storia-di-una-filastrocca/

2 Io mi sono avvalso dell’Edizione critica a cura di Mauro Cursietti, Ed. Antenore, 2005. Si tratta di una delle versioni più accurate dell’opera.

3 Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia. Gerace, Ed. Tipografia D. Serafino, 1912. A pag. 29 Alvaro ci dice che i monaci, da Santa Marina e quindi dal monte Pistarchìo, luogo nel quale trascorrevano alcuni mesi dell’anno, si trasferirono nella valle di Polsi e poi dopo diversi anni la abbandonarono, per trasferirsi nel vicino convento di Santo Stefano. La leggenda, riferita da Alvaro e che è riportata anche nelle tradizioni orali, del ritrovamento di una croce greca a opera del toro appartenente a un pastorello, qualche secolo dopo l’abbandono della valle da parte dei monaci, trova un fondamento storico, essendo ragionevolmente una croce lasciata dai monaci di Santa Marina, e non a caso la leggenda popolare ci riferisce che il pastorello era un Italiano di Delianuova. Questa è una leggenda comune in molti contesti, e non è specifica solo dell’area aspromontana. Tuttavia, ancora una volta, la fiaba sembra voler richiamare la nostra attenzione verso una possibile verità.

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