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Gioia Tauro e i suoi fiumi

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Le attività telluriche, le incursioni dei Saraceni e la malaria costituirono, lungo i secoli, un freno allo sviluppo demografico del territorio di Gioia, sebbene questo territorio, fin dai tempi antichi, possedesse tutti i requisiti per divenire un grosso centro commerciale ed industriale, favorito anche dalla fertilità del suolo e dalla sua posizione geografica.

La città di Gioia Tauro si trova in una zona strategica tra due fiumi: il Budello ed il Petrace (Metauro di antica memoria). Il territorio circostante, ampiamente esteso, era fino alla metà del secolo XIX° in gran parte occupato da vasti boschi e il restante era facilmente soggetto allo straripamento dei due fiumi sopra citati.

Da sempre i due fiumi hanno condizionato la vita della città, nel bene e nel male. Nel bene perché le acque dei due fiumi hanno rappresentato e rappresentano una principale risorsa per lo sviluppo della civiltà e della fertilità delle nostre terre; nel male perché, non a dovere controllati, si sono trasformati e si possono trasformare in agenti distruttivi. Nel passato furono, anche, apportatori di miasmi infetti e di malaria.

Il Budello ha dato, nei secoli addietro, molti problemi ai nostri predecessori. Esso attraversava, con un percorso tortuoso, le campagne in agro di Rizziconi e di Gioia Tauro impaludandole. Il Petrace, “rapidissimo e pericoloso” quando era in piena, trascinava, lungo il suo percorso irregolare, alberi e pietre, straripando nei periodi invernali e allagando i terreni più bassi, per cui si formavano estesi acquitrini che rendevano d’estate l’aria irrespirabile.

Purtroppo la comunità di Gioia Tauro ebbe problemi di malaria. Già dal “Giornale di viaggio” di Giuseppe Maria Galanti apprendiamo che gli abitanti, a Gioja, nel 1792, erano 419, a Rizziconi 800, a Drosi 330 e a Rosarno 1600. Cinquant’anni dopo, sempre a Gioia, erano saliti a circa 500 e nel 1855 se ne registravano 1185. Notiamo che la popolazione andava man mano aumentando, in seguito ai lavori di bonifica che venivano effettuati col passar degli anni, fino ad arrivare, verso l’ultimo decennio dell’Ottocento, a un forte incremento per cui risulteranno, nel Comune, tremila presenze. Le cause di questo decremento demografico erano da ricercarsi nelle frequenti epidemie con gli innumerevoli decessi, specialmente nella prima infanzia, dovute, come sopra detto, al quasi abbandono dei due fiumi Petrace e Budello.

La Piana ha due fiumi, scriveva il sindaco di Casalnuovo (oggi Cittanova) all’Intendente della provincia nel 1829 , i quali non avendo regolato lo scolo corrispondente sono cagione di quelle infezioni che rendono oppressa l’umanità e particolarmente in Gioja, luogo dello spirito motore, della forza, e vita di questa Provincia ch’è il Commercio: quivi i due fiumi la circondano, e mancando la direzione delle acque rendono quell’aere micidiale. Dagli atti del Consiglio Provinciale del 1839 si legge: Il paese di Gioja divenuto per la sua opportunità il luogo ove si fa il maggiore commercio della provincia, tutti i negozianti vi concorrono, e molti di essi vi fanno dimora. Ma trovandosi circondato da acque stagnanti e principalmente da quelle del fiume Budello, che non fluiscono regolarmente, ed in varie parti impaludano, avviene che l’aria ne’ mesi estivi rendesi malsana in tutti que’ contorni. Ben da tutti conoscevasi il male, e sapevasi che raddrizzando il corso del fiume l’aria si sarebbe sanificata, cessando le pestifere esalazioni delle materie che nell’acqua corromponsi. Conveniva solamente trovare il modo come fare la spesa occorrente: la’ onde ottenuta facoltà di mettere un’imposta di due carlini a botte sull’estrazione degli olii della marina di Gioja, imposta che si è cominciata a percepire sin da maggio 1837, l’opera già procede innanzi, al segno che presto vedremo le acque del Budello correre vivaci e spumanti nel nuovo alveo che se gli prepara. E terminato che sarà una tale opera importante, si metterà mano a dissecare gli altri piccoli vicini stagni di Ciambra, Cosoleto e Sitizzano, cosa alle quali non trascura di avere il pensiero il signor Betti Intendente; e per tal modo tutta quella regione per lo innanzi micidiale a’ suoi abitatori si farà più che mai popolosa e feconda.

All’inizio del 1900, nonostante il dannoso problema della malaria (I lavori di bonifica, purtroppo, non furono, sempre, eseguiti a dovere), Gioia era divenuta la più importante cittadina, per il commercio e l’industria, della provincia di Reggio Calabria. Francesco Arcà in “Calabria Vera” (Morello ed., 1906) scriveva: “ Gioia è il principale sbocco d’esportazione della nostra provincia, ivi, accanto allo sviluppo commerciale già adulto, sorgono e si sviluppano nuclei industriali di prim’ordine, ivi attenuata la malaria, una graziosa e moderna cittadina è già sorta, con tendenze sicure a progressivo miglioramento. Con le leggi del 1928 e del 1933 Il governo fascista realizzò quella bonifica integrale desiderata da tutti. Fece costruire gli argini nel fiume Budello, fece prosciugare le “gurne” e il laghetto malsano della Ciambra e finalmente i nostri “avi” potettero respirare aria migliore. Così si debellò la malaria nel territorio di Gioia Tauro.

Antica Carta geografica di Gioja con i fiumi Budello e Petrace

 

Gioja – Dal Codice Romano Carratelli – Torri e fiume Budello Foce e fiume Petrace

 

Il fiume Budello

Il fiume Budello è formato da tre ruscelli: Il Pèlissa che sgorga in agro del comune di Taurianova, ma che nei pressi del centro abitato di Rizziconi prende il nome di S. Angelo (Probabilmente dal nome dei feudatari “Santangelo”); il Lavina che sgorga nella contrada Vena di Rizziconi d alimenta il nuovo acquedotto comunale; infine c’è il Drosi (così anticamente chiamato perché scorre vicino a Drosi, ma che adesso è detto Canciano). Tale ruscello aveva le sue scaturigini nella contrada San Pietro Carbonara di Cittanova, ma adesso le sue linfe sono quelle modeste di contrada-Fego.
Questi tre ruscelli confluiscono sotto la scarpata nord ovest di Rizziconi e danno origine al fiume Budello che altro non è che un fosso che scorre lungo la contrada “Valle Amena” di Gioia Tauro e sfocia accanto alla diga foranea sud del Porto della stessa città, riversando in mare ogni genere di rifiuti.

Questo fiume attraversava con un percorso tortuoso (donde il nome Budello) tutte le campagne, in agro di Rizziconi e di Gioia, impaludandole fino a sfociare a mare senza una adeguata foce. Per l’antica Gioia, questo fiumiciattolo, costituì motivo di seria preoccupazione. Nel 1768 l’idrologo Attilio Arnolfini, invitato dalla principessa Maria Teresa Grimaldi (marchesa di Gioia) nei suoi feudi per suggerire i metodi per una migliore coltivazione dei terreni e per una maggiore produttività degli stessi, scrisse: “ L’angusta valle, entro la quale il fiume Budello dalla sua origine fino al suo termine in mare tortuosamente serpeggia, è ripiena non di paludi, ma di terreno addivenuto palustre dal ristagno delle acque …. Si dovrebbe pertanto costituire una nuova linea al fiume Budello, e nel tempo stesso sarìa d’uopo difendere dalle corrosioni le nuove sponde e contenere con argini la espansione delle sue acque qualora si rigonfiano per cagione delle piogge … Una bassa, finalmente, arginazione basterebbe al fiume Budello, la quale par si dovrebbe con buona terra ben battuta e con una conveniente scarpa. I fascicoli dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria e della Provincia sono pieni di carte di ogni natura aventi ad oggetto il fiume Budello. Ad esempio Il Consiglio Provinciale nella sessione del 3 maggio 1824 avente ad oggetto – allacciamento nel fiume Budello – così si esprimeva: … considerato il bisogno serio che ha la popolazione del comune di Gioia che tutto il giorno perisce a cagione dell’aria pestifera causata dall’allagamento di detto fiume, la quale è fatale ugualmente ai commercianti che frequentano per i loro affari quel comune che è l’emporio del commercio ed il solo scaricatoio del distretto di Palme…

Nel 1833 la spesa preventivata per i lavori di bonifica del fiume ammontava in 8.088 ducati e veniva rateizzata per 2/3 a carico dei negozianti di olio in ragione di 2 grana a botte di olio estratto, mentre una terza spettava ai proprietari dei fondi di Gioia, Rizziconi e Drosi. Il Consiglio Provinciale, in quel periodo, era molto preso con questo dannoso problema e nella sessione del 5/05/1834 al punto 9 avente lo stesso oggetto: così si esprimeva: Questo fiume, pel suo tortuoso corso presenta molte acque stagnanti ed apporta tale infezione di aere che nei tempi estivi si rende inabitabile il soggiorno di Gioia che è uno dei principali caricatoi del Regno ed il punto più interessante pel commercio. Il 6 maggio 1835, il Consiglio, dedicava una intera sessione, facendo addirittura una disamina che offriva spunti degni di nota: L’inalveazione del Budello occupa da tanti anni le menti degli amministratori di questa provincia ed il Consiglio generale non mancò di farne oggetto di sue particolari vedute che han fatto sempre desiderare l’inalveazione del fiume lento e tortuoso del Budello, principale causa di tante sciagure e della Malaria.

Un grande allarme veniva lanciato nel 1845, anche, dal procuratore generale della Gran Corte Criminale di Calabria Prima, Libetta, che così relazionava al Ministero di Grazia e Giustizia: I ristagni di acqua alla foce del Budello rendono l’area non solo malsana, ma micidiale da Giugno in poi, per cui Gioja è e sarà un meschino paese. Nel 1851 il Consiglio Provinciale, avendo riscontrato poca utilità ritratta fin’ora dai lavori, si trovò nella necessità di far voti al re perché sospendesse i lavori, nominasse una commissione per la verifica di quanto eseguito e della spesa occorsa, affidasse tutto non più in appalto ma in economia e disponesse un uso diverso del compenso attribuito all’ingegnere direttore. Un decreto di approvazione dello “stato discusso riguardante la bonificazione della pianura attraversata dal fiume Budello” reca la data del 1855 e nel 1859 risultava ancora in vigore un’esazione di grana 20 per ogni botte di olio. In seguito furono aperti ampi drenaggi e canali di scolo, la proprietà fu realmente migliorata, ma il paludismo, l’anofelismo e la malaria regnarono ancora.

Si parlerà a lungo di bonifiche, ma il grave problema si protrae ancora per tanto tempo. Qualcuno assegna gran parte del merito della bonifica del Budello al duca di Terranova Agostino Serra ed al figlio Luciano, proprietari di molti fondi in quella zona; tanto è vero che il duca Serra fece costruire, allo scopo di irrigare le terre coltivate e animare opifici industriali, un canalone detto fosso maestro o anche canale principale per distinguerlo da quelli più piccoli costruiti per le stesse finalità da altri proprietari; ma da tutti fu chiamato “La Mastra”. Le acque del Budello erano derivate, in un punto prossimo al confine fra i territori di Gioia e di Rizziconi, mediante opere di presa alquanto rudimentali. Sulla sponda sinistra del fiume, a monte di uno sbarramento ottenuto con fasci di canne appoggiati a paloni infissi nel terreno, era installata una paratia munita di due saracinesche di legno larghe, ciascuna, un metro e alte un metro e mezzo. Successivamente le strutture di legno furono sostituite con altre in muratura e ferro. Sorsero così stabilimenti oleari, mulini, la fabbrica della liquirizia. Tutte queste strutture erano azionate da energia idraulica, ottenuta mediante questa importante opera, appunto,”la Mastra”.

Nel 1911 l’ing. Antonio Pucci, (in qualità di procuratore e rappresentante della Casa Cardinale, che possedeva, come sopra detto, in Gioia Tauro un canalone derivante dal fiume Budello (circa 1000 litri al secondo utilizzati in parte per l’azionamento di un mulino ed oleificio) presentò un’istanza al Prefetto di Reggio Calabria perché venisse concessa l’installazione di un impianto elettrico comprendente la centrale di produzione e la relativa rete di distribuzione. Dopo i prescritti benestari da parte degli Enti Interessati e del Comune di Gioia Tauro (13/06/1912), l’Intendenza di Finanza trasmise in data 24 ottobre 1912 la pratica al Prefetto che firmò la concessione datata 25 ottobre 1912. L’anno dopo l’opera venne realizzata. L’illuminazione pubblica comprendeva 295 lampade ad incandescenza, più quattro lampade ad arco installate in Piazza Posata (oggi Piazza Matteotti). Fino al 1886 le condizioni ambientali, a Gioia, non erano di molto cambiate, da una lettera del Tenente della Guardia di Finanza si apprende che egli si premurava di far sapere all’Intendente, in data 6 aprile 1886, che la malaria non era totalmente scomparsa – stanti che non solo i forestieri, ma anche diversi naturali e specialmente quelli agiati lasciano nell’estate quel soggiorno per tema di essere assaliti dalle febbri miasmatiche, per cui le guardie doganali erano costrette a trasferirsi: quelle che prestavano di terra a Palmi e quelle di mare a San Ferdinando.

La malaria si manifestava con tre sintomi caratteristici: Il brivido iniziale della febbre, la periodicità e la caduta della febbre con sudore, i mesi più funesti erano: in agosto e settembre; in agosto le febbri toccavano gradi elevati e in settembre avveniva la morte, per cui un vecchio proverbio locale diceva che “Agustu cucina e Settembri amministra”.

Per la cura, prima della diffusione del chinino di Stato, la povera gente ricorreva a rimedi empirici, a pratiche inadeguate e spesso dannose, come violenti purgazioni e drastici digiuni.

A Gioia, nella metà del 1800, su una popolazione di 2000 abitanti, erano state aperte tre farmacie: la più antica era quella di Francesco Saldaneri che esercitava dal 1829, poi quella, nel 1875, di Filippo Suraci e infine, l’anno dopo, quella di Giuseppe Lombardo. Successivamente fu aperta la farmacia di don Peppino Gullace (oggi casa Toscano).

I medicinali, più in uso per la malaria, erano, come risulta dalle ricette spedite: il citrato di chinina, la china peruviana, la china di Bagnara o le cartole di Bagnara. Il primo decennio del Novecento fu certamente il più fecondo periodo della lotta antimalarica in Italia. In Calabria e specialmente in provincia di Reggio un importante ruolo lo svolse l’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI) con l’apertura di ambulatori in tutte le zone rurali e la distribuzione del chinino. Con decreto ministeriale del 29 settembre 1902, n. 443, Gioia Tauro veniva dichiarata zona malarica e quindi il Comune doveva provvedere all’espletamento di tutti gli adempimenti connessi alla distribuzione del chinino.

Nel 1914, Gioia contava una popolazione di 7.208 abitanti. Il Comune acquistava 10 chili di chinino in confetti che venivano distribuiti a scopo curativo a 213 soggetti infermi; in seguito, nell’arco dello stesso anno, veniva amministrato a scopo preventivo a n° 1351 individui. L’ufficiale sanitario, dott. Pasquale Pata, nella sua relazione al prefetto, faceva presente, nel 1914, che la malaria è prodotta dagli stagni che lasciano lungo il percorso i due fiumi Budello e Petrace, specialmente quest’ultimo, ed anche una contrada paludosa detta Ciambra, e da piccoli stagni, in contrada Lamia, detti volgarmente gurne. A Gioia furono aperti tre ambulatori per la distribuzione del chinino: uno al centro dove prestavano servizio i medici Vincenzo Isaia e Ferdinando Gullace; uno nella frazione di Eranova, dove provvedeva alla distribuzione il sig. Giuseppe Pellicanò ed un altro in contrada Sant’Antonio, dove il responsabile della distribuzione era il sig. Edoardo Ciccarelli. Finalmente con le leggi del 1928 e del 1933 si realizzò quella bonifica integrale da tutti desiderata. Il governo fascista promosse questa tesi in una visione più organica e complessiva che includeva anche e soprattutto un programma di trasformazione agraria. Così si debellò la malaria nel territorio di Gioia e in altre parti d’Italia. L’incarico per l’esecuzione delle opere e per la sorveglianza di tutti i bacini torrentizi fu affidato ai Consorzi di Bonifica, finanziati dalla Cassa del Mezzogiorno. Ai Consorzi di Bonifica e alle Amministrazioni Provinciali fu affidato il compito di preservare le campagne dalle inondazioni e dai trabocchetti dei fiumi. Purtroppo il fiume Budello, in particolare negli ultimi anni, è stato trascurato ed il 2 novembre 2010 una terribile alluvione ha provocato la tracimazione del fiume, che ha causato allagamenti e danni incalcolabili e tanta paura tra i cittadini. Circa duecento abitazioni sono state dichiarati inagibili, oltre centoventi tra esercizi commerciali ed aziende hanno pagato le conseguenze della rottura degli argini di questo fiumiciattolo “terribile”, che già in precedenza, in altre occasioni, aveva richiamato l’attenzione generale per i possibili problemi legati alla sicurezza; infatti la pulizia non veniva eseguita da tempo, almeno in modo dovuto, per consentire il normale deflusso dell’acqua. Per fortuna la tracimazione si è registrata in pieno giorno; e questo ha consentito di evitare alla città di Gioia Tauro una terribile immane tragedia, perché se la piena fosse arrivata nelle ore notturne sicuramente ci sarebbero state delle vittime.

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