Narrativa

La fine del prodigio

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Questa voce fa parte 1 di 2 nella serie Gioia Tauro, 20 febbraio 1943. Un racconto

Sabato gioiese, aria frizzante e nitida. La via brulica di ozi e negozi quotidiani; la città è un rigoglioso emporio commerciale che attira gente da tutto il resto della Piana e dalle montagne: muli carichi dell’olio del mese precedente, lasciato riposare nelle zirre e finalmente pronto per il commercio; dall’Aspromonte, camioncini carichi di frutta, ortaggi, legumi nei sacchi di zambàra pesanti fino a piegare l’asse del telaio; da Cittanova, carri con barili di acqua della Lìmina e stocco, il pesce della montagna che anche i gioiesi apprezzavano, loro che erano marinai e pescatori conosciuti già dai tempi di Tucidide; da Rosarno, riserve di agrumi di un colore che accecava anche in quel febbraio fresco e appuntito; dal Monte Poro, forme di latte vaccino farcite con olive e pepe, e ricotte calde, pronte da mangiare lì, subito, in mezzo alla strada. Marinòti si giocavano all’asta le ultime casse di pesce rimaste, amalfitani spacciavano colatura e struncatura come allibratori clandestini, e il vociare dei bambini, il vociare dei ragazzi, il vociare dei grandi. Petulìa, che quel 20 febbraio del 1943 non aveva ancora addosso il peso di nessun soprannome ma si chiamava solo Anna, con il nome che gli spettava per battesimo, contribuiva al vociare della via e del mercato insieme alle sue amiche: aveva quasi 15 anni, era sabato, era un suo diritto girare su e giù per la via Commercio con la scusa di fare un po’ di spesa per la famiglia. Con lei c’erano Lucia e Caterina, figlie di commercianti come lei e come quasi tutti i figli di Gioia Tauro. Quella via era uno spasso: negozi di alimentari, tessili, mercerie, panetterie, ambulanti, bancarelle. Certo, commercio ce ne era di meno da quando era iniziata la guerra, ma al momento non c’era nulla che ostacolasse i consueti traffici locali, tanto più che secondo molti la guerra stava andando bene, gli scambi funzionavano e la gente ancora comprava senza rabbia e credito. Anna, aveva sentito di qualche sua compagna di classe che era andata via verso le campagne, lontano dalla città. Alcuni dicevano che tirava una brutta aria, che i nemici stavano gonfiando il petto, che la guerra per noi italiani stava andando male, malissimo. Aveva in parte dato retta a queste voci, aveva chiesto una volta al padre che le aveva risposto:

  • Male che vada, ce ne andiamo sfollati a Santa Anastasia.
  • Dov’è Santa Anastasia?
  • Verso la montagna.

Le riusciva strano immaginarsi suo padre in campagna, sfollato: suo padre, che dirigeva l’ammasso dell’olio, così elegante e istruito sebbene lavorasse in un ambiente dove era impossibile non ungersi, non sporcarsi. Ma quella istruzione negli anni lo aveva aiutato ad allargare i propri orizzonti, a fare di necessità virtù. Egli infatti intuì che tutto quell’olio prodotto in Aspromonte e nella Piana – olio di alberi enormi che difficilmente concedevano soddisfazione a chi avesse voluto staccarne il frutto direttamente dal ramo per ricavarne un olio pregiatissimo e privo di acidità – tutto quell’olio poteva essere usato non più come si usava una volta, per accendere le lampade, ma per tagliarlo con olio buono, olio pregiato; era questo che richiedeva il mercato, era questo che esigevano i clienti e i soci: olio, tanto olio. Magari di una qualità più scarsa ma che fosse in grandi quantità. Ci pensavano poi i suoi soci genovesi o toscani a imbottigliarlo con superbe etichette recanti date irrilevanti, “dal 1880, dal 1890, dal 1910”, che piacevano tanto alle signore borghesi romane o milanesi. La data era corretta. Solo che i soci dell’uomo non specificavano che, dal 1880, imbottigliavano olio altrui. Il padre di Petulìa, che si chiamava don Cesare, aveva in altre parole intuito il potenziale commerciale dell’olio su larga scala. Per questo motivo aveva aperto un centro in cui tutti i partitari, cioè i piccoli proprietari terrieri, andavano a vendere l’olio in eccesso; quest’ultimo finiva in una gigantesca cisterna per poi essere venduto in tutta Italia. Quella cisterna era un radicale esempio di democrazia: lì dentro tutte le differenze tra olio più o meno acido si annullavano, e il lampante conviveva col vergine. Ogni volta che Anna si affacciava davanti a quel gigantesco gorgo dorato, pensava a come fosse inutile separare, imbottigliare, valutare, stipare, se poi tutto finiva tutto lì, identico, uguale. Ma la ragazza si fidava di suo padre, e della legge del Duce.

  • Papà, ma se andiamo in montagna tu come farai per l’olio?
  • Metterò qualcuno a sorvegliare i magazzini. Non darti pensiero.

La risposta la rassicurò. E poi, la scappatoia della montagna gli sembrava tutto sommato piacevole. Al limite, avrebbero trascorso un periodo in mezzo alla natura. Un periodo bellissimo, forse.

Le tre amiche girarono ancora un po’ per il mercato e per la via. Poi, passato mezzogiorno, si salutarono e andarono a casa a pranzo. Si sarebbero viste lo stesso pomeriggio per andare al cinema del Dopolavoro a guardare un film con Amedeo Nazzari, il suo – il loro – attore preferito. Si trattava di un genere di film che a lei non piaceva, ma l’importante era che ci fosse Lui. Pertanto, Anna si diresse a cuor contento a casa, pranzò, si sdraiò per qualche minuto e poi verso le 15 andò davanti al cinema, dove aveva appuntamento con Lucia e Caterina. La proiezione iniziava alle 15.30, per cui fece in tempo a raccomandarsi con le amiche di tornare poi subito a casa perché avrebbe fatto buio presto, e che si sarebbero viste l’indomani a messa. Dopodiché le ragazzine entrarono e presero posto dentro al cinema, silenziose e devote come miròfore.

(continua)

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