Narrativa

La fine del prodigio, conclusioni

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Questa voce fa parte 2 di 2 nella serie Gioia Tauro, 20 febbraio 1943. Un racconto

(continua)

Il film iniziò con una ventina di minuti di ritardo perché alla proiezione avrebbe assistito anche il Podestà. Quest’ultimo ritardò appositamente in modo da arrivare con la sala gremita e si concesse un breve ma fanatico discorso per elogiare il successo del film, primatista di incassi gli anni precedenti e premiato con una Coppa Mussolini a Venezia. Il fatto che il Podestà avesse sentito la necessità di accreditare un film già propagandistico con un ulteriore discorso era segno che il malcontento cominciava a serpeggiare. Ma Anna e le sue amiche non potevano cogliere queste diplomazie da adulti. L’importante era seguire le vicende di Amedeo nelle vesti di Luciano Serra, un pilota militare che dopo la Prima guerra mondiale è costretto a emigrare in America perché in Italia non riesce a realizzare il suo sogno di diventare un aviatore civile.

  • Amor mio tu hai sposato un aviatore e non un notaio… quindi bando alle preoccupazioni, abbiamo già superato la guerra e vuoi che io mi mi preoccupi…
  • Senti Luciano, ti parlo con il cuore in mano. Non è per egoismo sai. Lo sai che ti ho voluto sempre bene. Non ti ho forse dimostrato il mio attaccamento contro tutti? Contro i miei parenti? Contro chi ha tentato di diminuirti?
  • Questo è vero, lo riconosco. Tu sei una brava moglie e una brava mamma. Ma anch’io del resto non credo…
  • No no. Tu “credi” di essere un buon marito e un buon padre…

Luciano che viene abbandonato dalla moglie; Luciano che va in America; Luciano che a un certo punto scompare dai radar e riemerge in Abissinia. Un film emozionante, le ragazze lo seguono con passione e attenzione. Tante le scene di guerra in Africa, ed è tutto un fiorire di esplosioni, fumo, treni assaltati da soldati nemici. Le ragazze si rannicchiano nelle poltroncine, il fumo in sala evoca un che di inquieto e proibito. Anna si guarda intorno di tanto in tanto: il fascio di luce del proiettore crea un altrove di ombre, sagome, volti paesani che adesso sembrano deformati, cavernicoli e fanaticamente stupiti, ora bambini, ora indigeni davanti alle Caravelle. Anna adesso distoglie lo sguardo: Aldo, il figlio di Luciano, diventato oramai grande, si trova anche lui in Abissinia e rimane ferito in territorio nemico. Non sa che anche il padre, che non vede da anni, è lì.

Il film continua, gli abissini sono spesso mostrati in posture disordinate e in penombra, umani indegni del nostro sguardo: predoni, banditi, sbandati. La caricatura è evidente a qualcuno che, in sala, sbuffa. Ecco che a un certo punto i nemici dell’Impero si ritirano sotto i bombardamenti italici. I personaggi del film reagiscono coprendosi le orecchie, una due tre volte, a un certo punto i boati continuano e nessuno si copre le orecchie. Anna capisce che c’è qualcosa che non va, ma non sa dire cosa. I boati continuano a farsi sempre più forti, una o due tre volte, stavolta anche qualcuno nel cinema sembra accorgersene, il Podestà si alza ed esce mentre la proiezione continua, gli aerei italiani volano senza sganciare bombe, e i boati però si sentono, si sentono ancora nel cinema. La gente si innervosisce sempre di più, quelli in piedi sono adesso di più rispetto a quelli seduti fino a che non si vedono le vetrate nelle parti superiori delle pareti laterali allo schermo saltare in aria, alcuni vetri si proiettano verso le persone sedute ai bordi, adesso è il cinema a essere sotto il tiro nemico, adesso è quella l’Abissinia. I boati si susseguono, lo schermo viene spento e le ragazze rimangono rannicchiate come topi sotto i sedili.

Non osano uscire.

Quando lo fanno, è passata oltre un’ora e decine di morti fa.

Anna si precipita a casa, abita nel quartiere Monacelli. Tra i morti ci sono anche i suoi genitori, è lei a trovare i cadaveri.

Lo stesso giorno vengono brutalmente dilaniati due comuni, uno verso l’interno, Cittanova, e uno più a nord, sulla costa, Amantea. A Cittanova muoiono oltre cento persone.

Rimasta sola, Anna, con un po’ di vestiti e una foto di Amedeo Nazzari a ricordarle i suoi quindici anni, andò a stare da una vecchia zia che abitava a Santa Anastasia, e fu lì che divenne Petulìa. La chiamava così il suo Amedeo, cioè un ragazzo del Paese che si innamorò di lei perché era bella e fragile come una farfalla. I due si amarono molto e lui le regalò un anello con le mani intrecciate che aveva trovato in campagna, vicino a dei ruderi. In seguito, quando Anna pensava a quell’anello, le veniva sempre in mente la scena vissuta dentro al cinema, poco prima che si accorgesse di quanto stesse accadendo: cioè quel momento ordinario in cui era sull’orlo dell’abisso e non sapeva di esserlo, l’attimo perduto in cui si scrollò con un battito di palpebre l’angoscia del mondo. I due vissero felici per pochi anni, fino a che a lui non se lo chiamò una malattia. La morte venne a prenderselo al Sanatorio, su in montagna, dove era ricoverato da qualche mese. Anche la vecchia zia se ne andò subito dopo. E così Petulìa rimase ancora una volta sola e si abbandonò a se stessa, fino a perdere giorno dopo giorno il contatto con la realtà, con il Paese, con la vita civile. Abbattuta, sradicata, abbandonata, cominciò a trascorrere sempre più tempo da sola vivendo della pietà della gente e di qualche poco di denaro lasciatole in eredità. Delle sue vite precedenti, si portò dietro solo due cose: l’anello amatissimo con le mani intrecciate e quella foto di Amedeo che ogni tanto la fissava mentre, inquieta in casa, cercava di distrarsi facendo servizi, dimenandosi come una farfalla dentro un barattolo di vetro.

 

* Nota dell’autore:

Questo è un racconto di fantasia che prende spunto da una testimonianza che l’ing. Michele Marino ha rilasciato a Domenico Latino. In seguito, quest’ultimo ha restituito questa testimonianza ai lettori in un bel racconto breve, scritto in occasione del 78 anniversario del bombardamento di Gioia e in ricordo dell’ ing. Marino, che vale la pena riportare per intero:

L’inverno del ’43 non stava trascorrendo poi così freddo e quel 20 febbraio c’era pure il sole a lambire i vicoli e accarezzare i tetti, magari fioco ma capace lo stesso di intorpidire piacevolmente i sensi. Gioia non aveva ancora conosciuto l’orrore di una guerra che, per i più giovani, era poco più di un film al cinematografo. Da qualche tempo, sempre più spesso, capitava di poter vedere alcune “scene”, le più salienti, come in un moderno 3D. Direttamente. Sicuri che il fronte si sarebbe mantenuto a debita distanza. Si cercava quindi in fretta un’altura da dove scorgere le bombe che cadevano su Messina e le raffiche della contraerea di fronte parevano, agli occhi ingenui di quei bimbi, meglio dei “fuochi d’artificio” per il Santo. Al “Mazzini”, costruito dall’ “Opera Nazionale Dopolavoro” giù per la discesa “i Giffuni”, c’era Iacoi, il gestore, che apriva subito dopo pranzo per il primo spettacolo o “la prima recita”, così come veniva chiamata, che, di solito, iniziava entro le 15. Quel pomeriggio, dava “Luciano Serra pilota”, un’altra pellicola di propaganda, con Amedeo Nazzari attore e Rossellini tra gli sceneggiatori, che raccontava le avventure di un intrepido della “Regia Aereonautica”. Su quella seggiola, “rapito” dal grande schermo, insieme ai fratelli Pino e Vincenzo “volava” tra i cieli anche Michele, allora quindicenne. Sembra di viverli quei momenti, negli occhi luminosi dell’ingegnere Marino, classe ’27, mentre narra gli istanti che precedettero il tragico “raid” aereo degli Alleati, di cui ricorre oggi il 74° anniversario, che provocò morte e distruzione. Si parlò quasi subito di “sciagurato errore”, per aver probabilmente scambiato i capannoni della segheria Caratozzolo, al quartiere Monacelli, per un deposito di armi. L’unica spiegazione “plausibile”, visto che, in quel periodo, Gioia non poteva costituire obiettivo bellico essendo le linee di guerra ancora molto lontane, né esistevano in zona impianti di carattere militare. Un’interpretazione che, ripetuta nel tempo, si cristallizzò come verità. Ma per Michele, rientrato a “casa” dopo una vita trascorsa a Torino con Gioia nel cuore, oltre ad essere falsa sarebbe priva di ogni logica. “Da ragazzo ebbi l’intuizione – spiega – oggi, leggendo anche diversi documenti, ne ho maturato la convinzione. Ho imparato la parola “terrore” durante i bombardamenti; a volte, aerei più leggeri scendevano a bassa quota e mitragliavano le campagne dove in molti sfollavano. Nello stesso giorno furono colpite anche Cittanova e Amantea. Per Cittanova, si disse che un tendone di un circo equestre era stato confuso con chissà cosa; e per Amantea fu pure un errore? Gli Alleati, all’inizio del conflitto, miravano a distruggere soprattutto stabilimenti industriali, vie principali di comunicazione, ponti. In seguito, dal 1942, cominciarono a sferrare una massiccia offensiva aerea contro i civili, con l’intento dichiarato di colpire e annientare il morale della popolazione. I bombardamenti, a loro dire, avrebbero persuaso gli italiani a ritirare il consenso al regime e, per rinforzare questa propaganda – evidenzia – le bombe erano precedute o seguite da lanci di volantini che incitavano alla protesta contro la guerra e le autorità fasciste”. È in questo contesto che il 20 febbraio 1943 una formazione di “fortezze volanti” (come venivano chiamati i potenti quadrimotori angloamericani) preceduti dal loro caratteristico rombo cupo e pauroso si presentò sui cieli di Gioia sganciando bombe che provocarono 45 morti. “Potevano essere le 16.30 – continua il suo racconto Marino, autore, tra l’altro, di parecchi volumi sulla storia di Gioia – e, sebbene in quel momento ci fossero delle scene di guerra, la terrificante realtà del bombardamento sovrastò ogni cosa: le finestre del cinema andarono divelte, in tutto il paese i vetri in frantumi. Ce l’ho ancora addosso il terrore. Scappammo subito verso casa, per via Roma fino a Largo Trieste. Lì vicino c’era un medico e la prima immagine fu quella di un via vai di persone con in braccio i feriti. Mio padre, per evitarci un ulteriore shock, ci nascose con altri parenti nello scantinato e ci disse di non muoverci di lì, mentre gli adulti andavano a prestare soccorso. A sera, il paese fu sfollato e io, insieme alla mia famiglia, riparammo a Rizziconi. Non di errore deve essersi trattato – conclude – bensì di deliberata azione terroristica”.

 

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