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2. La moda come arte decorativa

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Questa voce fa parte [part not set] di 2 nella serie Fausto Squillace e le riflessioni sulla moda

Riprendendo il filo del discorso di Squillace, è il bisogno dell’ornamento che ha creato il vestito, insieme al bisogno di risolvere la propria timidezza: la moda è una forma di arte decorativa del corpo umano, una delle più antiche forse. Non ha tanto a che vedere con il coprirsi dal freddo o dalle intemperie. La moda è un coprirsi differente e in continuo mutamento e sta in questo mutamento la sua essenza. L’uomo sente che l’ornamento artificiale è la linea di distinzione tra l’animale e lui. E in effetti, se pensiamo a come vengono abbigliati oggi molti animali domestici, capiamo che il primo, vano e patetico sforzo per umanizzarli passa proprio dall’abbigliamento, e ciò testimonia la verità di tale riflessione. Ma non è questo l’unico spunto interessante: Squillace apre un tema di grande attualità che è quello della globalizzazione ma lo fa da uomo dei suoi tempi, parlando di cosmopolitismo. Leggiamo: la manifestazione socialmente uniforme del bisogno che era prima ristretta in breve cerchia (comuni, province) ora va divenendo nazionale, anzi vi è una moda cosmopolita per le classi della stessa coltura. La consuetudine del bisogno, ristretta per spazio, ma per tempo permanente, si fa generale trasformandosi nella moda cosmopolita a misura che si diffonde una eguale coltura tra i popoli e le diverse classi dello stesso popolo. Quindi è che nelle classi così dette colte, la Moda si diffonde in maniera uniforme. La consuetudine del consumo contribuisce a formare la massa sociale del bisogno. Per questo motivo una moda è il termometro di una cultura e di una società, per questo motivo la moda riveste un senso fondamentale per lo studioso dei fenomeni sociali: una Moda uniforme e stazionaria è indice di omogeneità sociale e di arresto di sviluppo; una Moda varia, ma rigida, mostra distinzioni sociali e di caste; una Moda rapidamente variabile, sebbene comune e in sostanza uniforme, mostra lo spirito democratico livellatore, ma inquieto, vivace ed espressivo della moderna civiltà.

Molti, osserva Squillace, confondono la moda con l’eccentricità. Nulla di più sbagliato, poiché si sta parlando di una forma di arte. Pertanto la moda è eleganza, dunque distinzione, finezza, proprietà. Per questo motivo la moda varia, perché esige l’eleganza: è vero dunque che spesso la moda si allontana da tutto ciò che è pratico e ragionevole, cioè dal buon gusto e dal buon senso; ma anche questo si spiega, giacché se la Moda, esaurito un periodo imitativo ricomincia un periodo nuovo, inventivo, quindi dà luogo alla Eleganza, cioè alla distinzione, deve dirigersi verso l’anormalità, cioè verso l’esagerazione, il non pratico, il non ragionevole (…). Ma, comunque, bisogna sempre distinguere tra l’Eleganza e l’Eccentricità, che Squillace vede come una forma di pervertimento del potere di critica sulla realtà, e la moda ha questo lato oscuro: supponete un originale che si vesta oggigiorno alla moda di altri tempi; la vostra attenzione allora è richiamata su quel costume, noi lo distinguiamo assolutamente dalla persona, noi diciamo che la persona si maschera (come se ogni vestito non mascherasse) ed il lato ridicolo della moda passa dall’ombra alla luce.

Infine, tra le altre, Squillace si concede una bella e ricca riflessione sul concetto di lusso. Perché? Perché il lusso nasce in base a quel criterio di economicità di cui si accennava all’inizio di questo articolo, quando si diceva che l’essenza della moda risiede nella rarità. E il lusso segue questo principio: il lusso punta al dominio perché si basa sul possedere qualcosa che altri non hanno: è di lusso non tutto ciò che è bello e buono, ma tutto ciò che, per il suo prezzo elevato e per la sua rarità, è desiderabile e non da molti raggiungibile. Quindi il lusso non è questione di denaro, per come viene concepito oggi: esiste un lusso anche nell’essere poveri e avere qualcosa che altri poveri non hanno. Se l’eccentricità corrompe l’eleganza, ecco che la falsità corrompe il lusso: per falsità, Squillace intende tutto ciò che si pone come imitazione di un prodotto di lusso. La moda attuale è piena di esempi simili, con abiti di alta moda riadattati per canali distributivi più economici (“la linea economica”). Si generano quindi specifiche figure ibride di persone abbigliate goffamente, strizzate in pantaloni troppo stretti o in push up eccessivi: è la deriva della volgarità, cioè inseguire una rarità mettendo in mostra il fatto che la si ambisce ma non la si è raggiunta. Si intravedono già dei campanelli di allarme nel discorso che lo studioso calabrese fa sul lusso, e sulla sottostante teoria dei bisogni, che oggi sono più che mai attuali.

Certo, Squillace scrive in un periodo in cui ancora non era arrivata la grande, imperiosa figura della o dello stilista. Coco Chanel sarebbe arrivata da lì a poco, per cui tutta questa parte di indagine gli sfugge. Grandi nomi ce ne erano (di sarti o di stilisti che fossero) ma non si era ancora al livello di popolarità dei decenni seguenti. Ma ovviamente non si può imputare a uno studioso la colpa di non essere stato un oracolo.

Chiudiamo questo articolo con l’ultima previsione di Squillace, rimandando al lettore una riflessione sul fatto se sia adeguabile o meno all’attualità – o alle attualità che si sono susseguite nei decenni successivi al suo scritto: e già si può scorgere come dall’utilitarismo negletto e livellatore del costume moderno, si arriverà di nuovo al culto della eleganza delle forme esterne; così come dall’utilitarismo degli oggetti pratici della vita si sta proseguendo verso una eleganza di forme e di stili, fin negli oggetti più umili.

 

 

 

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