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La musica delle donne ad Auschwitz: la storia di Alma Rosé e della sua orchestra al femminile

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Auschwitz, la cui parola rievoca e semina terrore. Auschwitz, luogo di abominevoli delitti che la storia non potrà mai più dimenticare ma soltanto ricordare. Ebbene, in uno scenario così apocalittico e spettrale, a fare dolcemente da cornice è la presenza della sensibilità femminile, di quelle donne deportate però, e dell’arte musicale in grado di donare un barlume di speranza, di eleganza, se così si può dire, di flebile bellezza a uno dei luoghi più ignobili e orribili mai concepiti dall’uomo. Le baracche, le distese di filo spinato, gli esseri umani con le loro storie personali e le loro atroci sofferenze, ogni giorno, però, venivano accarezzati dalle note musicali e dalla dolcissima e costante presenza di donne, ingiustamente internate nei lager dell’orrore.

Sembra strano, ma in un luogo così poteva esistere la musica, arte così sublime, profonda, universale e raffinata per eccellenza? In un luogo così, poteva esserci spazio per i sentimenti, per i nobili sentimenti? Ebbene sì. La musica nei campi di sterminio racconta il dolore, la rabbia, rappresenta una forma di protesta sociale e, al contempo, parla della speranza di chi ha subito persecuzioni politiche e razziali nella Germania nazista e negli altri Paesi europei in quegli anni.

Musica classica, lirica, leggera, jazz composta da musiciste deportate autodidatte, dilettanti e professioniste dotate di raffinato talento musicale, le quali ebbero la forza di dare vita a capolavori così struggenti e di rarissima ed eccelsa bellezza.

La musica presente in quei ghetti non era, però, clandestina: le note musicali esistevano per espresso volere degli stessi intendenti del campo, dalle SS ai medici dell’infermeria. L’orchestra al femminile, in realtà, fu un’idea di Maria Mandel, capo donna delle SS austriaca, processata successivamente e condannata a morte nel 1947 per avere contribuito all’uccisione di migliaia di deportate nei campi di Auschwitz e Birkenau. Questa donna ebbe l’idea di creare in seno al campo di sterminio stesso un’orchestra di donne che facesse da sottofondo musicale per l’accoglienza dei convogli dei treni, alle selezioni per le camere a gas delle deportate, alle impiccagioni. Ma è proprio lì, in seno a questo luogo dell’orrore, che esisteva una prigioniera, una professionista musicista che, nonostante fosse dotata di eccezionale talento artistico e potesse vantare persino parentele illustri, non riuscì a sfuggire alla deportazione e alla morte. La donna in questione era Alma Rosé, elegante violinista ebrea, figlia e nipote d’arte, parente del grande musicista e compositore Gustav Mahler.

Alma prima della deportazione era un’artista di grande notorietà; non sapeva, però, che quella libertà tanto conquistata e meritata e, così, anche la vita felice che fino a quel momento aveva vissuto, stavano per terminare. In realtà, Rosé iniziò a suonare con l’orchestra femminile del campo quando era già formata da 47 deportate provenienti da diversi Paesi d’Europa, divenendo successivamente, così, lei stessa una direttrice. Non suonare o non suonare bene, sbagliare persino una nota equivaleva con certezza ad andare incontro alla morte.

Anita Lasker Wallfish, una delle musiciste sopravvissute, oggi alla soglia dei 95 anni, disse a riguardo: “far parte dell’orchestra e suonare era come una fuga, in un certo senso, ma nell’eccellenza”. È grazie ad Alma Rosé e alla musica nei lager dell’orrore che moltissime donne e musiciste riuscirono a sopravvivere, ma ad Alma non toccò la stessa lieta sorte. Morì, infatti, improvvisamente il 5 aprile del 1944, a soli 37 anni, forse avvelenata, lasciando, però, in eredità alle sopravvissute e ai posteri un patrimonio di sentimenti nobili, immensi, di bellezza artistica rara e raffinata e di straordinaria speranza.

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