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La silenziosa testimonianza di Ernesta Mieli

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Lacrimi muti ndi chiangivi e quanti/la mè ‘nnucenza/si la spartìru ‘n tanti.” R. Balistreri

Nell’ottobre del 2021 la giornalista Marinella Gioffrè scrive nella Gazzetta del Sud un articolo molto interessante su un episodio accaduto a Delianuova. La giornalista riporta che una signora di religione ebraica, in visita al cimitero del Paese, si è imbattuta in una lapide con impressa una Stella di Davide. La donna si è attivata per capire chi fosse la persona sepolta e ha scoperto che si trattava di una donna romana di nome Ernesta Mieli. Dopo un articolato iter burocrarico che ha interessato anche la Comunità ebraica calabrese, quelle di Roma e di Napoli e le Autorità preposte,1 la salma è stata riesumata ed è stata portata al Cimitero ebraico romano di Prima Porta, dove la donna tuttora riposa.2

Perché questa donna era sepolta a Delianuova?

Per scoprirlo, avrei dovuto muovermi su un filo sottile che sconfina nella biografia personale, ma ho preferito tener fede a quanto scriveva Georg Simmel: “se la società umana è condizionata dalla capacità di parlare, a formarla è però la capacità di tacere”. Questa storia che adesso racconterò è perimetrata pertanto da un potente silenzio, che è la cifra della protagonista della nostra storia. Ossequiare questo silenzio, e farne emergere solo quanto ci serve perché nulla sia dimenticato, è il mio principale proposito.

Ernesta nasce a Roma il 4 marzo del 1923. Primogenita, è figlia di Crescenzo Mieli ed Ester Pontecorvo. La coppia si era sposata nel 1922 e dalla loro unione nasceranno anche Guglielmo Armando, nel 1924, e Bruno Settimio, nel 1926.

Il 2 febbraio del 1944 la famiglia Mieli viene arrestata nella Basilica di San Paolo fuori le mura, nel convento dei benedettini.3 L’operazione coincide perfettamente con una medesima azione coordinata da Pietro Caruso, da poco nominato Questore di Roma (che era evidentemente desideroso di accreditarsi come un fedelissimo della RSI) insieme alla famigerata Banda Koch. L’episodio portò all’arresto di oltre 60 ebrei e personalità ostili alla Repubblica Sociale e agli alleati tedeschi, e destò molte proteste da parte della Chiesa perché era stato violato il principio di extraterritorialità, cosa che il Vaticano non era disposto a tollerare. Leggiamo uno stralcio della testimonianza dell’abate Ildebrando Vannucci, depositata in Vaticano il 6 febbraio 1944:4

“(…) Nei saloni fu fatto l’interrogatorio degli ospiti (…), i monaci furono lasciati nel primo salone e non interrogati. Mentre si faceva questo interrogatorio, continuavano queste perquisizioni in monastero (…) devastando ed esportando oggetti, cibarie e biancheria. Sono poi entrati, sempre con violenza, nel salone della parrocchia, dove erano alloggiate circa una cinquantina di persone e, sparando alcuni colpi di rivoltella, hanno ingiunto con insulti e minacce di seguirli nelle sale del parlatorio (…) Questi rifugiati furono schiaffeggiati, colpiti da staffilate e da calci in modo che molti sanguinavano”.

Caruso pagò a caro prezzo questa irruzione. Nel settembre del 1945 infatti, questa violazione costituì uno dei capi di imputazione nei suoi confronti. Tra quelli riguardanti i crimini del Fascismo in Italia, il processo a Caruso fu uno dei pochi a ottenere grande rilevanza politica e mediatica e la nostra Ernestina si trovò a essere una protagonista di questo processo in qualità di vittima. L’ex Questore fu giudicato colpevole dall’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo e condannato a morte tramite fucilazione alla schiena. La stessa sorte toccò qualche mese prima a Koch e ad alcuni componenti della sua banda. Va ricordato, tra l’altro, che gli altri capi di imputazione che riguardavano Caruso erano relativi al ruolo che aveva avuto nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Dopo l’arresto, la famiglia Mieli fu deportata nel carcere di Roma, che doveva essere o Regina Coeli oppure la prigione in via Tasso, e poi a Fossoli. Il campo di Fossoli fu costruito nel 1942 nei pressi di Carpi per internare i militari nemici. Durante la RSI fu utilizzato come campo di concentramento per ebrei e, nel periodo in cui fu deportata la famiglia Mieli, divenne un Campo di transito verso Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Flossenburg e Ravensbrück.5 Si tratta del medesimo campo dal quale passò Primo Levi durante lo stesso periodo in cui presumibilmente transitò la famiglia Mieli. In una pagina di Se questo è un uomo Levi scriverà:

“(… ) Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano. Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.”6

Il 16 maggio del 1944 la famiglia Mieli viene deportata ad Auschwitz sul convoglio n. 10.7 Nella lista presente delle persone che occupavano quel convoglio però manca il nome di Ernesta; un’altra fonte dichiara che la ragazza, il 26 aprile del 1944, venne trasferita a Verona e solo dopo a Fossoli, e quindi ad Auschwitz, segno che probabilmente il suo destino è stato diverso dal resto della famiglia, che purtoppo non sopravviverà al campo di sterminio. La fonte che ci comunica tale informazione, riportata precedentemente in nota, è un elenco che documenta il lavoro di Pancrazio Pfeiffer, che accolse le richieste di Serafina Mieli, forse una parente, che si rivolse al Superiore per un aiuto che evidentemente non sortì il risultato sperato. Pfeiffer fu un’altra figura di grande importanza in quel periodo, soprattutto in relazione alla grande quantità di ebrei che riuscì a salvare dalla deportazione grazie ai rapporti diplomatici che riuscì a intessere col Comando tedesco in qualità di Superiore generale della Società del Divin Salvatore.

Circa un anno dopo, il 9 maggio del 1945, Ernestina viene liberata e il 31 agosto del 1945 fa definitivamente ritorno in Italia, a Roma. La ragazza viene liberata nel campo di Terezín, nell’attuale Repubblica Ceca, e non ad Auschwitz. Questo fa pensare che Ernestina potrebbe essere stata parte di quel contingente di dodicimila persone che i nazisti trasferirono nel campo cecoslovacco tra il 20 aprile e il 5 maggio del 1945, giorno in cui il campo passa sotto il controllo della Croce Rossa, prima dell’ingresso dei sovietici, avvenuto pochi giorni dopo. Anche in questo caso abbiamo una testimonianza diretta di quei giorni. Si tratta del diario della diciassettenne Alisah Shek, che il 20 aprile del 1945 scrive che arrivarono 25 vagoni dai campi: “carri bestiame puzzolenti e infetti, con all’interno altrettanta gente infetta e fetida, mezzi vivi, mezzi morti o cadaveri”.8

Con un peso di ineluttabile e indicibile dolore, Ernestina trova impiego nella ferramenta Cantini, a Roma. Il 24 febbraio del 1963 si sposa con Claudio Valbonesi. Nel 1983 la donna si trasferisce a Gioia Tauro e prende casa in una traversa di viale Italia. Sappiamo che a quella data risulta ancora coniugata con Claudio ma non sappiamo altro sul loro rapporto. È probabile che a Gioia ci arrivi da sola.

Tutto scorre nell’oblio, fino a che circa dieci anni dopo, nei primi anni Novanta, Ernestina si reca nella cartoleria di Salvatore Genovese, e ci lascia una delle poche testimonianze dirette che al momento abbiamo trovato del suo passaggio in terra calabrese. È una donna molto bella, bionda, con dei grandi occhi chiari, dalla corporatura robusta. Indossa un pendente con la Stella di Davide. Salvatore, che si interessa di cultura ebraica, rimane colpito da quel pendente, e chiede alla signora come mai lo indossasse. La donna lo fissa negli occhi, si porta una mano verso il polsino della camicia e lo slaccia. Stende il braccio verso Salvatore e gli mostra un numero impresso sulla sua pelle. L’uomo capisce. Rimane pietrificato, è preso da un potente moto di commozione che gli impedisce di parlare. La donna gli restituisce una carezza. Ernestina si recherà altre volte nella cartoleria, ma la conversazione si attesterà su aspetti formali: è la reticenza, la stessa forma di garbata discrezione che ha impedito a Salvatore di abbracciare Ernestina e di manifestarle la sua commozione.

Il 16 giugno del 1997 Ernestina ci lascia. Viene avvisata la Comunità ebraica di Roma, che però è impossibilitata a mandare un rabbino a officiare la cerimonia. Sarà Salvatore stesso a celebrare il rito funebre leggendo dei passi del Deuteronomio e dei Salmi scelti appositamente per rispettare la religione della donna. Oltre a Salvatore, altre persone di Gioia si sono prese cura di lei. Anche in questo caso, lo hanno fatto con discrezione, custodendo con partecipato silenzio i suoi terribili vissuti.

Non ci interessa sapere altro sugli anni gioiesi di Ernestina, se non che, probabilmente – ma questa è solo una mia personale ricostruzione – a portarla a Gioia e quindi a Delianuova è stato un compagno del posto o un’amicizia con la quale ha trascorso gli ultimi anni della propria vita.

La donna non ha lasciato eredi. Ma non lasciare eredi non vuol dire non lasciare un’eredità. Il dono della sua storia, e il sentiero che attraverso i suoi occhi azzurri siamo riusciti a illuminare, ci basta per ricordare e custodire la sua muta testimonianza.

 

1 https://www.shalom.it/blog/roma-ebraica-bc7/-b380711. Il funerale in forma ebraica è avvenuto il 28 marzo del 2019.

2 Nell’articolo di Marinella Gioffrè sono riportare altre informazioni biografiche sulla signora Mieli, che sono servite come prezioso punto di partenza per la stesura di questo articolo.

3 Secondo l’elenco dal titolo 151 interventi fatti da Padre Pfeiffer in collaborazione con Papa Pio XII a favore degli ebrei, principalmente romani, arrestati e/o deportati da prima del 10 settembre 1943 fino al 31 dicembre 1945 (fonte: Dominieck Oversteyns, Vol. 3. II, collezione privata, p. 358 – 410), Armando fu arrestato dopo, ma evidentemente il documento riporta un errore, poiché c’è scritto che è stato arrestato il 28 aprile del 1944 e trasferito a Fossoli il 10 aprile dello stesso anno. Tra le altre fonti consultate, ne riporto alcune:

http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-5669/mieli-ernesta.html;

https://www.romaebraica.it/archivio-storico-i1061.

4 La testimonianza è riportata in un articolo di Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura: https://it.zenit.org/2010/01/07/quando-i-fascisti-irruppero-nell-abbazia-ostiense-alla-ricerca-di-ebrei/.

6 Se questo è un uomo, Einaudi, ed. 2014, pag. 7. Il 7 febbraio del 1946 Levi ripasserà da Fossoli durante il suo viaggio di ritorno. Qui scriverà la poesia Tramonto di Fossoli: Io so cosa vuol dire non tornare./A traverso il filo spinato/Ho visto il sole scendere e morire;/Ho sentito lacerarmi la carne/Le parole del vecchio poeta:/«Possono i soli cadere e tornare:/A noi, quando la breve luce è spenta,/Una notte infinita è da dormire».

8 https://yalebooksblog.co.uk/2015/05/08/the-liberation-of-the-camps-8-may-1945-theresienstadt/. In quelle due settimane la popolazione del campo passò da 17.515 a 29.227 persone.

Sulla storia di Ernestina: l’importanza di custodire la memoria

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