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Storia di un cappello

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In origine, fu un cappello conico, a tese larghe, che costituiva uno dei due modelli di cappelli in voga tra i pastori calabresi. Nell’area aspromontana era più diffuso il cappello alla siciliana, con un lembo molto largo che serviva a nascondere denaro o come ulteriore tasca. Nel resto della Regione era invece molto diffuso un cappello conico, a tese larghe. Quest’ultima è la tipologia di cappello che mi interessa, perché a quanto pare era usata solo in Calabria, mentre l’altra varietà di cappello era molto diffusa anche nel resto del meridione. Ce ne parla anche Edward Lear, che ne vede due esemplari il 14 agosto del 1847 mentre da Roccella sta andando a Stignano. Qui infatti l’inglese incontra due pastori muniti di cappelli a punta che riferiscono di essere della zona di Squillace.1

 

Per capire il motivo per cui questo cappello conico, da semplice capo di utilità pratica, divenne una moda bisogna andare indietro ancora di una quarantina di anni rispetto all’incontro di Lear, e bisogna studiare la nascita della carboneria in Calabria: introdotta infatti in ottica antiborbonica dai francesi sbarcati a Napoli nel 1806 (più nello specifico, fu introdotta a opera di un commissario francese di nome Briot),2 la carboneria divenne presto una protomassoneria molto in voga nei circoli culturali e intellettuali del Regno di Napoli durante la dominazione francese (si dice che anche Gioacchino Murat nel facesse parte). Il problema fu che poi divenne talmente ramificata e organizzata che iniziò a rivoltarsi contro gli stessi francesi, che iniziarono a combatterla quando si accorsero che numerosi carbonari erano stati concupiti dagli inglesi per contrastarli. Finita l’esperienza francese in seguito al congresso di Vienna, i carbonari destinarono le loro energie a contrastare i Borboni. Furono queste prime formazioni di carbonari a usare il cappello conico come simbolo della loro appartenenza. Fu in questo periodo che un cappello prima considerato appannaggio di pastori (ma anche di briganti) divenne un simbolo che automaticamente includeva il soggetto in una precisa categoria sociale: fu in questo preciso momento che il cappello alla calabrese faceva il rivoluzionario.

L’uso del cappello alla calabrese rimase però un affare locale fino al 9 marzo 1844. Quel giorno infatti a Venezia si tenne la prima dell’Ernani di Giuseppe Verdi, opera tratta da un dramma di Victor Hugo. Vi chiederete a questo punto che cosa c’entra il cappello dei carbonari calabresi con l’Ernani a Venezia, e la risposta sta nel costumista dell’opera. Quest’ultimo infatti, per vestire il personaggio di Ernani, che in seguito diverrà uno dei simboli del Risorgimento italiano, pensò bene di mettergli in testa proprio uno di quei cappelli già noto come cappello alla calabrese perché simboleggiava il cappello dei banditi, dei dissenzienti, dei briganti, dell’underground, insomma.

Bozzetto del 1845 del personaggio di Ernani.

Ma non si limitò a vestire Ernani con un semplice cappello, seppur così pesantemente connotato: da bravo costumista quale era, lo arricchì con qualche accessorio in più: una piuma da un lato, al nastro.

Da questo momento, il cappello alla calabrese, o alla Ernani, entrerà nel mainstream italiano e, nel giro di qualche anno, diverrà popolare anche oltre le Alpi.

 

 

1E. Lear, Diario di un viaggio a piedi, Rubettino Editore, 2011.

2Per un approfondimento, si legga: https://www.aldiladellostretto.com/series/era-de-maggio-affinita-e-divergenze-tra-linsurrezione-antifrancese-del-triennio-1806-1809-in-calabria-e-la-repressione-del-brigantaggio-post-unitario/

N. d. A.: Le immagini di cover e dei bozzetti sono state prese da: http://www.librettidopera.it/, L’immagine di cover raffigura i bozzetti di Alfredo Edel, Milano 1888, Teatro alla Scala. Archivio Ricordi. Il bozzetto del 1845 è depositato presso la Biblioteca Nazionale Francese.

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