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Tra pìetas e fanatismo: la commemorazione della Battaglia dello Zillastro

Un infermiere soccorre un ufficale medico dopo lo scontro con i Parà. Tratto da "Operazione Baytown", di Giuseppe Marcianò, Laruffa Editore 2013.
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La notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943 si è combattuta sui piani dello Zillastro, tra Santa Cristina d’Aspromonte e Platì, quella che in molti hanno considerato l’ultima battaglia tra Alleati ed Esercito italiano della Seconda guerra mondiale.

Per la precisione, i due schieramenti erano costituiti dall’Ottavo battaglione del 145° Reggimento della Divisione Nembo da una parte e da soldati del Reggimento West Nova Scotia dell’Esercito canadese dall’altra. Gli uomini della Nembo erano una riserva mobile di paracadutisti che avevano il compito di appoggiare la 211ª Divisione costiera.

Lo scontro, stando alle testimonianze, fu del tutto fortuito, e per capire cosa avvenne dobbiamo tornare indietro di qualche giorno, tenendo ferma la notte tra il 2 e il 3 settembre come data limite in cui le Forze alleate sono fisicamente sbarcate in Calabria per l’operazione Baytown.

Il 4 settembre, gli uomini della Nembo avevano avuto una scaramuccia con i soldati canadesi del Reggimento Carleton e York tra San Lorenzo e Bagaladi. Dopo tale scontro, le unità si separarono con lo scopo di distribuirsi in una zona più ampia possibile e colpire così il nemico da più fronti. Alcune unità della Nembo si diressero quindi a Platì, dove c’era il loro Comando generale, percorrrendo quindi l’Aspromonte verso nord-est. Il 7 settembre, il nucleo centrale del Battaglione si trovò pertanto nei piani dello Zillastro, proprio nei pressi della statale 112 che collega Platì a Santa Cristina. Era notte fonda, e a un certo punto i capitani Conati e Piccolli decisero di andare in avanscoperta e capire il da farsi, visto che non avevano con loro né carte topografiche né altro che potesse aiutarli a orientarsi. Durante questa perlustrazione, i due incrociarono casualmente il reparto dei canadesi, che si erano fermati a riposare proprio lì vicino. Conati fu subito fatto prigioniero, mentre Piccolli riuscì a scappare e ad avvisare i suoi uomini.

Rientrato alla base, Piccolli decise insieme ai suoi di agire immediatamente per liberare Conati. L’idea era la seguente: Piccolli avrebbe dovuto penetrare con i suoi uomini tra le file nemiche mentre il tenente Romanato avrebbe dovuto tenere impegnati i nemici con un forte fuoco di copertura. I risultati di questa tattica furono che Piccolli fu massacrato e gran parte dei suoi uomini furono uccisi o fatti prigionieri. Agli uomini di Romanato non andò meglio: esaurite le munizioni, tentarono un disperato contrattacco con pistole e bombe a mano che si rivelò del tutto inutile, essendo i canadesi in fortissima preponderanza. Romanato fu gravemente ferito, mentre un piccolo gruppo di suoi uomini riuscì a fuggire, scontrandosi in seguito con un altro reggimento canadese, l’Edmonton.

Alla fine, il bilancio riporterà due morti e numerosi feriti per i canadesi e sei morti e cinquantasette prigionieri tra gli italiani. La battaglia terminò proprio l’8 settembre, poche ore prima rispetto all’annuncio dell’Armistizio che avvenne – bontà di Badoglio – intorno al vespro.

I canadesi rimasero impressionati da tale battaglia, per due motivi. Il primo, era che si resero conto che, fino a poche ore prima, avevano bivaccato a circa cento metri dai nemici senza essersi accorti di nulla, cosa che li spinse a valutare in termini molto positivi la preparazione militare dei loro avversari. Il secondo motivo era il valore militare con cui i loro nemici avevano combattuto.

Questi i fatti.

Per quanto riguarda le interpretazioni di tali fatti, da alcuni anni a questa parte è stato allestito nei luoghi della battaglia un altare con un monumento in ricordo dell’accaduto. Il Corpo dei Parà è molto presente nella commemorazione della battaglia, che rappresenta uno dei luoghi in cui si rinforza evidentemente lo spirito di appartenenza. Inoltre, per decenni tale battaglia è stata ignorata dalle cronache nazionali, nonostante rivesta una considerevole importanza storica. Pertanto, ha un senso oggettivo il fatto che sia riemersa dall’oblio al quale era stata ingiustamente destinata.

Non riesco però a fare a meno di notare delle dissonanze nella trasmissione della memoria di tale battaglia, per come viene narrata adesso. Gli uomini della Nembo, a mio avviso, non “si coprirono di gloria”, come scritto nella lapide commemorativa. Furono, al limite, dei buoni soldati. Non furono dei martiri: Piccolli e Romanato avevano delle buone ragioni per consegnarsi e, in ogni caso, avevano ragione di credere che a Conati sarebbe stato riservato un buon trattamento dagli Alleati, tanto più che già alcuni giorni prima avevano avuto contezza di essere oramai circondati e destinati alla sconfitta. L’azione di gettarsi contro i nemici con bombe e pistole da parte degli uomini di Romanato assomiglia più a un atto di isteria collettiva che a un atto di glorioso sacrificio – e in ogni caso non sembra fosse giustificato da un effettivo motivo tattico (o forse il ferimento di Romanato aveva eccitato i suoi uomini a tal punto da indurli a sacrificarsi?). Mi pare insomma che via sia un sottotesto di implicito fanatismo nell’uso del termine “eroi”che, oggi più che mai, non ha ragione di essere.

A latere, non promette nemmeno nulla di buono il manifesto della commemorazione della battaglia, che nasconde un’evidente estetica criptofascista: oltre al fatto che a vederlo da lontano sembra un manifesto di Forza Nuova, non viene in nessun modo menzionata la presenza nel teatro di guerra dei soldati canadesi e dei relativi caduti: si parla infatti di “Monumento ai caduti del Nembo”, come se a morire e a meritare di essere ricordati fossero stati solo i soldati del Battaglione Nembo, e non anche i soldati canadesi.

Cosa ancora peggiore, il monumento è effettivamente in onore dei caduti della Nembo, come registrato nella lapide, dove non si fa menzione dei soldati canadesi. A questo punto, risulta ipocrita l’invito rivolto all’Addetto militare dell’Ambasciata canadese in Italia, che sembra essere stato chiamato giusto per dare una parvenza di equilibrio alla commemorazione.

In conclusione, l’atto di trasmissione di tale memoria forse dovrebbe essere relativo alla significatività storica che questa battaglia ha avuto, lasciando da parte l’elemento estetico e corporativo. Non tanto per una forma di fastidioso perbenismo storico, ma per il semplice fatto che non esistono i presupposti storici, politici e culturali per fare di questa battaglia uno scontro mitologico.

La proposta pertanto è quella di organizzare un convegno in cui si discuta intorno all’importanza dell’episodio in tutti i suoi aspetti anziché una commemorazione, che porta l’episodio verso una rotta tortuosa e poco limpida.

 

La foto , che mostra due feriti canadesi subito dopo la Battaglia dello Zillastro, è tratta da: Giuseppe Marcianò, “Operazione Baytown”, Laruffa Editore, 2013. Il testo è stato uno dei riferimenti anche per i contenuti dell’articolo.

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