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1. Una prodigiosa scoperta

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Questa voce fa parte 2 di 2 nella serie Francesco La Cava: un medico davanti al Giudizio Universale

Il 6 marzo del 1925 un cinquantenne medico originario di Careri, un paese nel versante jonico dell’Aspromonte, licenzia entusiasticamente un testo che costituirà una delle più interessanti ricerche storico-artistiche mai pubblicate sull’opera di Michelangelo. Si tratta di un libretto di poco più di sessanta pagine pubblicato da Zanichelli dal titolo Il volto di Michelangelo scoperto nel giudizio finale. Un dramma psicologico in un ritratto simbolico:

Sento profondamente la bellezza nuova e terribile di quello che io, per primo, vidi; ma son pure consapevole della inanità del mio ingegno e della povertà del mio stile di fronte al sublime argomento.

La Cava era umilmente imbarazzato per questa sua scoperta, perché era raro che un medico, per giunta proveniente da un piccolo paesino, facesse una scoperta su una delle opere più studiate della storia dell’arte semplicemente guardandola e ponendosi delle domande.

Ma quale fu la scoperta di La Cava? È lui stesso a raccontarcela nel suo testo:

In una chiara mattina del maggio del 1923 mi accingevo a studiare il grande affresco del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Poche volte io l’avevo guardato, e l’impressione rimastami era di una gran folla anonima dominata da un gesto minaccioso: quello del Cristo Giudice. Imprendendo ora lo studio della composizione partitamente nei suoi vari personaggi, vidi a un tratto la figura di Michelangelo che mi guardava… un brivido mi corse per la schiena. Era proprio lui!…Una interna inesplicabile agitazione si impossessò di me. Andavo di qua e di là dall’una all’altra parete della Cappella, in cerca del punto di luce più opportuno per vedere la figura improvvisamente apparsami. Mi rivolsi perfino ai custodi della Cappella chiedendo febbrilmente se nel Giudizio ci fosse il ritratto di Michelangelo; ma essi freddamente negarono, sorpresi un po’ dal fervore della mia domanda. Eran lì da tanti anni: mai nessuno se ne era accorto.

 

Così da quel momento La Cava inizia delle ricerche che lo impegnano per due anni, durante i quali legge tutto il possibile su questa storia senza però trovare nessuna conferma della sua intuizione, se non un riferimento alla figura di Francesco Amadori d’Urbino, servitore di Michelangelo, secondo alcuni ritratto nei panni di San Giacomo alle spalle di San Bartolomeo. Quest’ultima interpretazione era dovuta a Chapon che in un volume sul Giudizio Universale riteneva che Michelangelo avesse voluto così omaggiare il suo amatissimo servitore. Le interpretazioni sono tante e difficilmente dimostrabili: anche sul volto di San Bartolomeo ci sono molteplici teorie che lo identificano con l’Aretino o con altri.

Rimaniamo pertanto sulla pelle scorticata che San Bartolomeo regge in mano. Ci sono due cose che personalmente mi hanno colpito dell’indagine di La Cava, e cioè il fatto che si pone due domande estremamente semplici, che solo il suo sguardo empirico da medico poteva suggerirgli al di là delle fantasie di molti cattedratici e letterati. La prima domanda è: ma se San Bartolomeo regge la sua stessa pelle, perché il volto di quest’ultima è diverso dal suo? Nello specifico, perché il volto di San Bartolomeo è calvo, mentre il volto della pelle non lo è? Seconda domanda: perché il volto che San Bartolomeo regge in mano è rivolto in faccia allo spettatore e non è partecipe della scena? Al La Cava era sembrato subito chiaro che questi due particolari rivelassero un preciso codice usato da Michelangelo per lanciare dei segnali al lettore del suo affresco:

Da quel giorno si iniziò per me un vero tormento spirituale. Il volto dolorante mi accompagnò nelle giornate laboriose, nelle notti insonni. Dubbi angosciosi, ricerche febbrili sulla vita e sulle opere di lui, mi occuparono per quasi due anni, durante i quali sperando di trovare qualche traccia che mi chiarisse il mistero, custodii gelosamente nel mio cuore il segreto di quel volto amato, sintesi ed emblema della tragedia dell’anima di Michelangelo.

Lo studio degli scritti di Michelangelo che La Cava condusse in seguito evidenziò come il prodigioso artista fosse in realtà oberato da pensieri riguardanti i pagamenti che gli dovevano essere corrisposti e dalla continua minaccia che sentiva incombere sul suo operato da parte dei suoi finanziatori. Inoltre, sentiva addosso la pressione dei suoi detrattori, le invidie dei suoi colleghi, le velatissime minacce dei committenti ai quali magari rifiutava un lavoro. Senza poi trascurare la tremenda fatica che costava al suo fisico la realizzazione di quell’opera, sulla quale si è scritto e detto moltissimo senza che occorra aggiungere altro. La Cava fa risalire queste preoccupazioni a due caratteristiche psicologiche presenti in Michelangelo – ricordiamoci che siamo nel 1925, in un periodo in cui la cultura psicoanalitica andava molto di moda nelle analisi storico letterarie, filtrata come era dalla grande narrativa europea allora in voga:

(…) emergono vivissimamente due caratteri psicologici fondamentali e apparentemente contraddittori: una dantesca proclività all’ira e allo sdegno e una timidezza quasi infantile.

Dalle indagini di La Cava emerge il ritratto di un genio affannatissimo e tormentato, depredato del suo estro e della sua leggerezza: un uomo che non poteva che sentirsi scorticato, proprio come San Bartolomeo:

Durante questo periodo della dipintura del Giudizio Michelangelo si isolò completamente dal mondo. Dal 1534 al 1541 Michelangelo interruppe le sue relazioni epistolari cogli amici. Non vi è che la risposta brevissima all’Aretino nel ’37, e bisogna arrivare al 1540 per trovare qualche lettera al nipote Lionardo e una al fratello Giansimone. Visse solo coi suoi fantasmi e la sua ira, il giorno dipingendo e la notte poetando.

Né avrebbe potuto accondiscendere in maniera più elegante e geniale alla sua timidezza se non raffigurandosi con un’allegoria così potente e nel contempo così nascosta.

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