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Uno sciocco proverbio

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Un proverbio sciatto come l’abito non fa il monaco poteva attecchire soltanto in una cultura altrettanto anestetizzata in cui è difficile intercettare riflessioni che superino la dimensione rassicurante della balneabilità a bordo spiaggia e si spingano oltre, in cerca di una qualche meraviglia nascosta nell’abisso del linguaggio e delle dinamiche socioculturali.

Proviamo allora a spingerci oltre, a fare una nuotata in questo mare così agitato, e vediamo cosa succede.

Dice Simmel:

La moda è imitazione di un modello dato e appaga il bisogno di un appoggio sociale, conduce il singolo sulla via che tutti percorrono, dà un universale che fa del comportamento di ogni singolo un mero esempio. Nondimeno appaga il bisogno di diversità, la tendenza alla differenziazione, al cambiamento, al distinguersi. (…) Così la moda non è altro che una delle tante forme di vita con le quali la tendenza all’eguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale e alla variazione si congiungono in un fare unitario.1

Ma c’è di più:

Il cambiamento della moda indica la misura dell’ottundimento della sensibilità agli stimoli nervosi: quanto più nervosa è un’epoca, tanto più rapidamente cambieranno le sue mode, perché il bisogno di stimoli diversi, uno dei fattori essenziali di ogni moda, va di pari passo con l’indebolimento delle energie nervose.2

Cito Simmel perché è stato uno dei primi sociologi a occuparsi di moda secondo un ragionamento categorizzante e disciplinare. Non è il solo: due anni dopo la sua opera, nel 1912, un sociologo calabrese di nome Fausto Squillace, il cui nome merita di essere inserito nei manuali di sociologia grazie al pioneristico lavoro svolto, ha scritto un saggio dal medesimo titolo che ancora oggi costituisce un lavoro molto attuale. Squillace ci dà una bella interpretazione dell’etimo del termine moda:

Dall’aureo latino Mos, o meglio ancora da modus, se non si voglia trarre dallo spagnuolo Moda, che riscontri nel basco Moda, Modes, Modera, in senso simile. In francese, inglese, e tedesco suona Mode, che alcuni fanno risalire al celitico Mod e Modd, usanza, foggia, costume e altri all’ebraico Mad, vestimento.3

La letteratura attuale sul tema della moda è diventata sterminata, ma queste due citazioni introduttive servono a farci capire che ciò che indossiamo non è mai a caso, e così come recitiamo una filastrocca concentrandoci sulla giocosità della rima, pensando che non vi sia altro che l’innocenza di una banale assonanza, allo stesso modo spesso indossiamo vestiti illudendoci che a determinare la nostra scelta sia solo una questione di comodità o di semplice piacere. In realtà, le filastrocche, così come i vestiti, si incaricano di veicolare contenuti al posto nostro e, letteralmente, sulla nostra pelle e sulla nostra bocca.

Non è dunque il singolo a scegliere la moda che più gli piace: è piuttosto la moda a determinare le scelte dell’individuo. A essere dunque in vetrina non è il vestito, ma siamo noi.

Cercherò pertanto di sgombrare il campo dall’equivoco che l’abito non fa il monaco e dall’antropocentrica illusione secondo cui siamo noi a scegliere ciò che indossiamo. Lo farò attraverso un esempio di come si costruisce una moda e di come questi concetti teorici appena articolati si fanno realtà e si fanno pratica.

 

 

1Georg Simmel, “La moda”, Mimesis, 2015, p. 19.

2Georg Simmel, “La moda”, Mimesis, 2015, p. 29.

3Fausto Squillace, “La moda”, Edizioni Nuova Cultura, 2011.

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