Storia

V.I.P. ovvero: veicolare ideologie con le parole. Un esempio.

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L’evoluzione delle parole testimonia spesso la relativa trasformazione delle ideologie che le determinano. Si tratta di una questione molto complessa in filosofia del linguaggio, che ha come orizzonte teorico l’idea secondo cui è il linguaggio che ci parla al posto nostro, e veicola ideologie che noi parlanti, a nostra volta, veicoliamo senza rendercene conto. È lo stesso fenomeno che accade quando usiamo il termine resilienza in luogo di remissione, flessibilità in luogo di precariato, oppure lo slogan giornalistico molto in voga nel settore della ristorazione: non aver voglia di lavorare in luogo di non accettare più di essere sfruttati.

Un esempio pratico di tale visione è l’acronimo V.I.P. L’ideologia attualmente dominante, cioè quella capitalistica (per alcuni non è un’ideologia, ma un modello econonomico. Per me è un modello economico che si è trasformato in ideologia), ha nel modello del V.I.P uno dei più affidabili rappresentanti. Il V.I.P riassume la popolarità raggiunta in una massa perditionis ipercompetitiva, è colui che ce l’ha fatta, cioè che ha avuto successo. Si tratta di una traslazione laica e, appunto, ideologicamente orientata in senso economico del Santo cristiano, cioè di colui che si emancipa dalla massa per raggiungere Dio (non dimentichiamo che il concetto di massa, prima di diventare un concetto sociologico, è stato un concetto religioso nato in seno alla religione cristiana, con San Paolo e poi con Sant’Agostino; ma questa è un’altra storia). La cosa che rende questo acronimo così interessante però è l’evoluzione del suo significato lessicale benché quello grammaticale sia rimasto intatto. Partiamo dalla definizione che ci dà Treccani, che è la seguente:

vip (o VIP) s. m. e f. e agg. – Sigla formata dalle iniziali dell’espressione ingl. very important person, persona molto importante, usata internazionalmente in riferimento a esponenti noti del mondo politico ed economico e di ambienti mondani, in genere con tono scherz.: è un vip, una vip della finanza; la saletta dell’aeroporto per i vip (e, in funzione di agg., la saletta per i viaggiatori vip o saletta vip).

Presa per buona questa definizione andiamo nell’Europa di circa un secolo fa, perché è lì che nasce l’acronimo oggetto di questo articolo (a dircelo è Mario Perniola in un bell’articolo apparso negli anni in cui Repubblica era ancora un giornale e non una massa, appunto, di informazioni di dubbio interesse). All’epoca infatti Vipè era l’acronimo di ves’ma imenitaja persona, cioè persona molto influente, e serviva per indicare gli esuli aristocratici russi che erano fuggiti all’estero per non essere perseguitati dai sovietici. A chiamare così queste persone erano gli stessi immigrati russi appartenenti alle fasce più povere che incontravano i loro ricchi connazionali all’estero. Quindi il discorso è interessante perché è un ribaltamento dello stesso termine: i V.I.P. attuali sono chiamati così in modo ideologicamente elogiativo (o al limite scherzoso, come suggerisce Treccani) mentre i V.I.P. originari venivano definiti così in senso ideologicamente dispregiativo. In sostanza, abbiamo lo stesso acronimo, con la stessa traduzione, che però l’ideologia traduce in due modi completamente opposti.

Ora il ragionamento che potrebbe scaturire è che il concetto di alfabetizzazione andrebbe rivisto non più in funzione grammaticale, ma in funzione lessicale. Sconfitta, almeno nei paesi occidentali, la grande massa di analfabeti grammaticali, bisognerebbe proporre una nuova didattica per affrontare quei casi in cui l’ideologia (o lo stereotipo) si servono del cavallo di Troia dell’analfabetismo lessicale: in altre parole, fare in modo che si eviti il rischio di usare parole senza sapere che cosa esattamente significhino, cosa che ci espone al pericolo di farci inconsapevoli veicoli di ideologie. Questo fenomeno non accade tanto con l’uso del termine V.I.P, che qui ho riportato a titolo esemplificativo, ma accade per esempio con l’uso del termine resilienza o è accaduto con il termine flessibilità. Parole tossiche, che nascondono lo spettro dello sfruttamento e che per questo bisogna allenarsi a riconoscere.

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